Ecuador e Isole Galapagos (2007)


E’ dai tempi della scuola media, dalle prime volte che ho sentito parlare di Darwin e degli “strani” animali che ci sono alle isole Galàpagos, che “bramavo” di venire a visitare questi posti, dall’altra parte del mondo con animali e uccelli che si possono ammirare solo qui. Ci ho impiegato quasi 30 anni, visto centinaia di documentari, letto decine di articoli, report e diari di chi ci era già stato ma alla fine ho coronato questo mio sogno
E per unire il dilettevole ad altro dilettevole, ho “allegato” al desiderio primario di andare alle Galàpagos il tour dell’Ecuador continentale, con la visita delle principali città seguendo la Via dei Vulcani
Ho organizzato il viaggio per corrispondenza, tramite e-mail con Fabio Tonelli, un italiano che vive in Ecuador da quasi vent’anni, dove si è re-inventato come tour operator , facendolo molto bene ed avendo un discreto successo02/08 QuitoVi arriviamo alle 9 del mattino dopo la lunga traversata oceanica con scali alle Antille Olandesi ed a Guayaquil, la seconda città dell’Ecuador. Un viaggio lungo ma abbastanza buono, grazie anche al fatto di aver fatto il check in on-line ed aver scelto i posti sull’aereo. Nell’ultima tratta del volo, da Guayaquil a Quito, abbiamo già un piacevole assaggio delle meraviglie andine che ci aspettano, ammirando dal finestrino dell’aereo il perfetto cono del vulcano Cotopaxi
All’uscita dall’aeroporto ci aspetta il buon Fabio che, dopo i soliti convenevoli durante il trasporto a casa sua ci parla di sé, della famiglia, della sua vita “italiana” ed “ecuadoriana” e di tutti gli ospiti più o meno famosi che hanno usufruito dei suoi servigi e che si sono trasformati da clienti ad amici veri. Preso possesso della camera che ci ha preparato per questa prima notte, ammiriamo il panorama che offre il suo terrazzo su tutta la città. Siamo a 2800 mt s.l.m e ce ne accorgiamo subito dal fiatone che ci viene per aver fatto una sola rampa di scale con valigia e borsone… Alle 10, puntualissimo, ci raggiunge Guillermo, sarà la nostra guida durante il tour continentale. Iniziamo con lui la visita di Quito e dintorni. Scopriamo subito che Guillermo è molto preciso nelle sue spiegazioni ed indicazioni ed inizia la nostra scoperta di questo paese partendo proprio dalla nascita di Quito e dai tempi della conquista spagnola. La prima tappa è la Mitad del Mundo, ossia il museo che sorge esattamente dove passa la linea dell’equatore. Visitiamo il piccolo e caratteristico museo, dove la guida locale ci coinvolge anche in simpatici “esperimenti” da fare “nei due emisferi” ed esattamente sulla linea stessa dell’equatore, dove riusciamo pure noi a far stare l’uovo in piedi su un chiodo

Avvistiamo anche il primo colibrì, con il suo caratteristico “ronzio” dovuto al velocissimo battito delle ali. A fianco al museo sorge il monumento all’equatore, di dubbio gusto e tra l’altro non passante precisamente sul parallelo… Lasciato il museo raggiungiamo il belvedere del vulcano Pullulahua, l’unico in Ecuador con la caldaia abitata. Il terreno è molto fertile e la caldaia è completamente coltivata. Sul ciglio del vulcano sorge il ristorante El Crater (!?) dove abbiamo il primo approccio con la cucina ecuadoriana. Il primo impatto è positivo ma teniamo conto che comunque questo è un ristorante di lusso per gli standard di questo paese. Dopo pranzo, assonnatissimi grazie al mix “viaggio, altitudine, digestione”, attraversiamo una trafficatissima Quito per salire sul Panecillo (il piccolo pane), una collinetta che domina la città la cui vista si perde per km e km da nord a sud. Quito conta solo 1.500.000 abitanti ma si allarga per una quarantina di km, la maggior parte delle case non ha più di due piani e le abitazioni vengono costruite su ogni lembo di terra disponibile, senza regole urbanistiche.

Scesi dal Panecillo visitiamo il centro storico con le sue innumerevoli chiese ed i palazzi stile coloniale. Oltre che sui monumenti, la nostra attenzione ricade ovviamente anche sulla popolazione e sulla vita della città. Metà delle donne è vestita coi costumi tipici indios, l’altra metà in stile occidentale. Gli uomini invece praticamente tutti in stile occidentale. C’è polizia ad ogni angolo ed ogni ufficio, banca o attività importante è presidiata la guardia privata con tanto di cannone…
Molte donne indigene scendono dai loro paesi in città a vendere i loro prodotti, agricoli o artigianali, altre purtroppo, vengono a fare elemosina, costrette dalla miseria in cui vivono. E’ sempre triste vedere persone implorare una questua, ma colpisce particolarmente.soprattutto quando si tratta di anziani.
Sono oramai le 18 ed il sole è tramontato, Guillermo ci consiglia di rientrare e la nostra prima giornata finisce con l’ottima cena a casa di Fabio, ospiti della sua famiglia.

03/08 El Angel

Partenza di buon’ora, abbiamo molta strada da fare. Dirigiamo verso nord, nelle provincie di Imbabura e Carchi, ai confini con la Colombia. Prima tappa del viaggio è al belvedere del vulcano Taita Imbabura.

Fa freddo ed al “bar” del belvedere ci rifocilliamo con del maté de coca e dei biscotti caldi accompagnati da formaggio; non si direbbe ma l’accoppiata regge… Riprendiamo il viaggio e dirigiamo alla Riserva Ecologica di El Angel che si trova nel Paramo. Non è uno stato, un lago o una provincia ma bensì un habitat particolare che si crea ad una certa altitudine e con certe condizioni climatiche tipiche della regione andina ecuadoriana. La caratteristica di questo parco è la foresta di Frailejones, piante grasse molto particolari.
La strada per arrivarci è terribile, gli ultimi 15 km sono una pietraia e impieghiamo quasi un’ora per percorrerli (in auto…). Intanto più saliamo più entriamo dentro le nubi ed una nebbia fittissima ci avvolge.
Ci incamminiamo all’interno della riserva circondati da questi Frailejones che osservano il nostro cammino, un luogo molto inquietante ma al tempo stesso affascinante.

Siamo abituati alle nostre nebbie padane e questa è proprio del tipo che si taglia con il coltello; è fittissima, intorno tutto silenzio e siamo ormai rassegnati ad essere aggrediti da: “il mostro della laguna nera”, King Kong o un T-Rex.

Per tornare all’auto facciamo un sentiero il cui nome è tutto un programma: “il sentiero dei cuori sani”. Infatti si inerpica in pochi metri dai 3700 slm a 3800… Sarà il freddo, sarà la prima esperienza di sforzo fisico a queste altitudini ma l’impresa si rivela abbastanza dura. Giungiamo all’auto completamente fradici di un mix di acqua e sudore… La discesa è nuovamente molto lunga e sembra non finire mai. Arriviamo ad El Angel giusto all’ora di pranzo e ci fermiamo a mangiare in una marisqueria!!! Sulle Ande, ad oltre 3000 mt di quota, noi troviamo da mangiar molluschi! Ma la fame è molta e va bene lo stesso, tanto più che mangiamo molto e soprattutto bene, nonostante sia uno di quei posti che io battezzo come “chiudi gli occhi e mangia”.
Dopo pranzo, sulla via del ritorno ci fermiamo al paesino di Mascarillo, nella valle del Chota, dove vive una comunità nera che conserva le antiche tradizioni africane. Questa comunità discende dagli schiavi neri d’Africa portati qui dagli spagnoli. Qui troviamo un italiano che svolge opera di volontariato per aiutare queste persone a mantenere intatte le loro origini e nello stesso tempo “impegnarli” in un occupazione, in quanto sono un po’ isolati sia geograficamente che come integrazione con il resto della popolazione. Assistiamo casualmente, in quel che sembra un circolo di ritrovo, ad una danza ballata da alcune ragazze, con suoni particolari che racchiudono sia la musica afro che quella andina. Il ritmo ed i movimenti di questo ballo ci “rapiscono” ed alla fine ci ritroviamo quasi in trance…
Dopo esser ripartiti, andiamo a visitare il paese di San Antonio Ibarra, la cui caratteristica è di essere pieno di artigiani che lavorano il legno. Visitiamo qualche laboratorio e Laura, che adora lei stessa intagliare il legno, non si fa scappare una bellissima mano grezza. Da San Antonio raggiungiamo il posto dove passeremo la notte, l’Hosteria Chorlavì, un ex convento gesuita “convertito” ad hotel, veramente carino e caratteristico. E’ il primo dei posti con architettura spagnola coloniale in cui ci “aspettiamo” che compaia Zorro dal tetto pronto a saltare sui tipici balconcini.

04/08 Quicocha e Otavalo

Il mattino ha l’oro in bocca, invece noi alle 6 e 30 abbiamo già in bocca anguria e papaia per la colazione…

Partiamo per la laguna di Quicocha, un lago formatosi all’interno del cratere di un vulcano. Abbiamo appuntamento con una guida locale, una specie di sciamano che conosce ed utilizza tutte le erbe particolari che crescono intorno al cratere, purtroppo però dopo una discreta attesa, il figlio ci dice che è impossibilitato a raggiungerci… Poco male, il nostro Guillermo conosce anche alcune piante medicinali, così durante il trekking panoramico, ci spiega lui stesso per cosa vengano utilizzate.
Soffia un vento fortissimo e non fa per nulla caldo, siamo costretti a ricorrere a pile ed anche alle fascette da sci per poter trovare un po’ di sollievo sulla cabeza helada…
La laguna è splendida, perfettamente circolare, al centro due collinette che fanno da tappo al cratere.

Prima di risalire in macchina ci ritempriamo al bar dell’Hosteria dove abbiam lasciato l’auto, “pagando” il parcheggio con una consumazione, a quel punto però molto gradita.
Dalla laguna di Quicocha scendiamo al paese di Cotocachi, situato ai piedi dell’omonimo vulcano e rinomato per la lavorazione della pelle. L’attrazione di questo posto è unicamente la via centrale dove sorgono laboratori e negozi di articoli in pelle, vestiario, e quant’altro si può produrre con la pelle… Da buon spendone non mi faccio scappare l’occasione di acquistare un bel giubbotto alla “modica” cifra di 90 usd.
Dopo Cotocachi raggiungiamo Otavalo per visitare il famoso e caratteristico mercato. Ed anche questo non ci delude: è un esplosione di colori, profumi ed…odori. Le donne indigene vestono i loro abiti caratteristici e molte giovani portano sulla schiena i loro piccoli, avvolti dentro questi particolare scialli da cui spuntano solo grandi occhini dentro un faccino tondo tirabaci. Vaghiamo fra le bancarelle come in trance, rapiti dal colore e dal calore di questo posto

osservando cose e persone, cercando di “rubare” con la macchina fotografica e soprattutto con la mente, queste impagabili momenti della vita del mercato.

Anche qui non mi sottraggo ai miei doveri/piaceri di acquirente e ne approfitto per “impadronirmi” di maglioni di alpaca fatti a mano e di splendidi piccoli arazzi da apporre alle pareti di casa. I costi per noi occidentali sono veramente bassi e cerco di limitare quindi l’uso della “contrattazione” del prezzo…
Pranziamo in una piccola trattoria del centro, dove l’igiene come la conosciamo noi non esiste proprio, ma il nostro must è sempre quello di provare locali e piatti caratteristici dei posti che visitiamo, quindi non ci facciamo particolari remore. Terminato il pranzo ripartiamo subito in quanto ci aspetta un lungo trasferimento per tornare a Quito, dove passeremo la notte. Qui però approfittiamo del consiglio di Guillermo e ceniamo in un locale cubano dove suonano musica dal vivo. Trascorriamo un piacevole serata a lume di candela, ascoltando il bravo cantante sciorinare il miglior repertorio ecuadoriano e sudamericano.

05/08 Salita al Cotopaxi

E’ il giorno della salita la Cotopaxi, il vulcano attivo più alto del mondo. Il suo nome significa “collo di luna”, questo perché nel plenilunio di marzo la luna, vista dalla valle di Latacunga, si trova proprio sulla bocca del vulcano così da dare l’impressione di vedere un viso con sotto il collo…
Per oggi cambiamo guida, veniamo infatti “recuperati” all’alba dal simpatico Oleguer, guida naturalistica del Parco del Cotopaxi, secondo parco in Ecuador per estensione, dopo quello delle Galàpagos. Lasciata molto presto la Panamericana, la principale strada sudamericana che attraversa tutto il continente, ci inerpichiamo per una strada che definire sterrata è un eufemismo… La giornata è abbastanza limpida ed il cielo terso, a parte le solite nubi bianche cui ormai siamo abituati; ciò favorisce la visione di paesaggi magnifici che ci regalano foto da cartolina.
Giungiamo su di un altipiano immenso, con cavalli selvaggi liberi di scorrazzare dell’immensa prateria. Sembra Campo Imperatore (Gran Sasso) ma all’ennesima potenza… Passiamo la sbarra che delimita la salita al parcheggio ai piedi del vulcano e magicamente finalmente le nubi che lo circondano si diradano un attimo per permetterci di ammirare il suo cono perfetto in tutta la sua maestosità.

La “strada” continua a salire, in alcuni tratti facciamo molta fatica nonostante siamo seduti su una jeep 4×4, ma i nostri occhi strabuzzano quando raggiungiamo via via auto come Uno, Corsa ed anche un Maggiolone. Raggiungiamo finalmente il parcheggio posto a 4500 mt slm, ci vestiamo con pile, giubbotti, cappelli e k-way. C’è un vento fortissimo, ma nonostante qualche tentennamento iniziale dovuto alla mancanza di ossigeno dovuta all’altitudine ed accentuata dalle forti raffiche, iniziamo la nostra avventura : salire al rifugio Josè Ribas a 4800 mt slm.
Sono solo 300 mt di dislivello spalmati su un sentiero di 600, ma la fatica a farli è pazzesca.

Il sentiero sale a zig zag (la salita diretta è molto ripida ma qualche “loco” la fa lo stesso) ed ogni 2 rampe ci fermiamo per rifiatare ed abituare il corpo all’altitudine. Dopo 45’ giungiamo stravolti ma trionfanti al rifugio.

Ci abbracciamo con Oleguer per ringraziarlo per questa incredibile avventura, per noi è stata veramente un’impresa salire fin quassù. A 4800 (come essere sul Monte Bianco) ti sembra di avere il mondo ai tuoi piedi, ma la vastità dell’immenso altipiano andino che circonda il Cotopaxi e la maestosità delle altre montagne ci fanno sentire delle formichine e ci fan capire una volta di più quanto piccolo sia l’uomo di fronte al resto del creato. A questa altitudine comincia anche ad esserci la neve e poco più su, i ghiacciai che coprono la parte finale del vulcano; purtroppo anche qui, come in Europa si stanno restringendo a causa dell’effetto serra.
La discesa la prendiamo diritta, è molto rapida e divertente, scivoliamo giù lungo il ghiaione di pietre laviche anche spinti dal vento ed in solo 10’ siamo di nuovo alla macchina. Ripartiamo per la lunga discesa ma dopo pochi minuti Oleguer ci chiede se vogliamo fare un tratto a piedi, passando attraverso il paramo del parco. Non ce lo facciamo dire due volte e soli soletti ci incamminiamo lungo un sentiero che ci indica la guida, lui ci aspetterà alla fine del percorso. La passeggiata dura circa mezz’ora e ci dona anche questa delle belle sensazioni : noi due soli, a 4000 mt di quota, tra fiori e piante a noi sconosciuti, con il Cotopaxi alle spalle ed un panorama pazzesco verso la vallata sotto un cielo azzurro pastello. Un momento indimenticabile.
Nel tardo pomeriggio raggiungiamo l’Hosteria La Ciniega, un altro ex convento vecchio più di 400 anni, un altro luogo magico, con un viale d’ingresso lungo almeno 200mt pieno di eucalipti secolari, alti decine di metri, che “cantano” sferzati dal vento emettendo un suono lamentoso.. La camera è enorme oltre che deliziosa e c’è pure il camino che prontamente accendiamo per dare un po’di tepore al gelido ambiente…
La cena è degna del resto del convento, si mangia benissimo.
La leggenda narra che in questo luogo si aggiri un fantasma che mette in fuga i turisti, Laura per evitare ogni problema, decide di dormire con la luce accesa…

06/08 Laguna di Quilotoa e Banos

Lasciamo La Ciniega al mattino presto, la meta di oggi è la laguna di Quilotoa. Per raggiungerla ci vogliono 3 ore di viaggio, ma passono velocemente perché attraversiamo un tratto di Sierra Andina tra i più belli del Paese. Nonostante sia così dall’inizio del viaggio, ci stupiamo una volta di più dei paesaggi che ci regala questa terra, il comune denominatore è sempre lo stesso: cielo blu con nuvole bianche come quelle che si vedono nei cartoni animati, visibilità nitida per km e km, terreni coltivati quasi in verticale fino quasi alle cime dei monti, tutti lavorati a mano dalla donne indigene. Anche la popolazione, ci confida Guillermo, è molto più simpatica e graziosa del resto del Paese. I bambini al nostro passaggio ci salutano con entusiasmo. La laguna di Quilotoa è la più bella di tutto l’Ecuador, la foto compare su tutte le guide per la sua quasi perfetta rotondità e per il colore delle sue acque. Quando vi arriviamo non rimaniamo delusi da ciò che ci aspettavamo di vedere…un paesaggio da togliere il fiato!

Dopo le foto di rito al belvedere iniziamo la discesa dentro il cratere, Quilotoa è infatti un altro vulcano spento dove nel cratere si è formato un lago. Il sentiero è molto ripido, sabbioso, impegnativo; il ritorno dovremmo percorrerlo a dorso di un mulo…

Raggiungiamo la laguna, l’acqua è verde smeraldo, che si scurisce leggermente al passaggio di qualche nuvola.. L’acqua non è molto fredda, è leggermente salata, una via di mezzo tra mare ed acqua dolce. Al momento di risalire abbiamo un’amara sorpresa: purtroppo i muli che ci dovrebbero riportare su oggi non sono disponibili perché i ragazzi che li conducono sono impegnati nella riunione della comunità locale. Quindi dobbiamo risalire 200 mt di dislivello a piedi!!!
E’ durissima, peggio che al Cotopaxi, infatti qui la salita è molto più ripida, sulla sabbia e siamo sempre intorno ai 4000 mt slm.. Stremati, con la lingua fuori raggiungiamo il ciglio del cratere. Ad attenderci la solita ottima “Sopa di verdure”. Al pomeriggio ripercorriamo la medesima spettacolare strada dell’andata fino a riprendere la Panamericana e raggiungere Banos.
Questa è una cittadina termale nota in tutto il continente sudamericano e si trova ai piedi del vulcano Tungurahua. Prima di arrivare in città percorriamo centinaia di metri di strada “strappata” alla colata lavica scesa durante l’eruzione del febbraio scorso, un fiume lungo chilometri e con un fronte di quasi 300 mt. Il vulcano al momento è ancora attivo, ma purtroppo per noi, non è visibile il pennacchio di fumo per via delle solite nubi che circondano le vette dei vulcani.
L’hotel è “meno bello” del solito ma offre altri agi, come ad esempio un mini centro termale di cui approfitto appena scaricate le valigie. Anche il servizio lascia un po’ a desiderare e dopo un’ora e mezza di attesa per esser serviti per la cena, decidiamo di uscire a cenare fuori. Troviamo un ottimo localino nella piazza del paese dove degustiamo i piatti locali con grande soddisfazione.

07/08 Alle porte dell’Amazzonia

Da Banos dirigiamo verso la giungla amazzonica lungo la “Via delle Cascate”. Il clima cambia completamente diventando molto umido, anche la vegetazione è ovviamente diversa da quella che abbiamo incontrato sinora. Ci troviamo a 1500 mt, a quote europee, ma se non è l’altitudine a darci problemi qui le subentra l’umidità… e meno male che siamo nel periodo secco. La strada corre sul ciglio del canyon del fiume…in direzione di Puyo, sull’altro lato del canyon cascatelle più o meno importanti legittimano il nome di questa strada. Ci fermiamo per attraversare il canyon con una piccola ed improbabile teleferica. Il cestello ha una sola fune e scorre ad un’altezza di 130 mt sopra il fiume.

Visitiamo la piccola comunità che vive qui, praticamente isolata in quanto l’unico modo di collegarsi al resto del mondo è questa piccola teleferica, in alternativa farsi una lunga camminata verso la valle ed attraversare il fiume su di un ponte di legno simil tibetano, con assi discretamente pericolanti. Ritorniamo indietro di nuovo con la teleferica e proseguiamo in auto fino all’ingresso del Parco del Paillon del Diablo, una cascata naturale considerata tra le sette più belle del mondo. Per raggiungerla facciamo un sentiero nella foresta dove possiamo ammirare enormi piante di felce, orchidee selvatiche e delle libellule di un colore azzurro brillante veramente bello. La cascata è spettacolare, il frastuono delle acque molto forte, ma inserirla tra le sette più belle del mondo sinceramente ci lascia perplessi.. Comunque indossiamo il k-way e ci avviciniamo al salto d’acqua. Il fragore è impressionante e si rimane incantati ad osservare l’incredibile potenza dell’acqua quando raggiunge la base della cascata…

Proseguiamo il trekking passando sopra ad un ponte sospeso, portata massima 5 persone; ad ogni passo si dondola un pochino ed attraverso le traballanti e precarie assi di legno si intravede il fondo del canyon con le sue acque spumeggianti. Prima di andarcene ci concediamo al… “bar capanna” un ottimo succo di pomodoro d’albero, un frutto rosso che nulla ha a che vedere col pomodoro insalataro, solo il nome ed il colore. Cresce sugli alberi e non si può mangiare crudo, si beve solo il succo dopo averlo spremuto per bene. Gustosissimo.
Riprendiamo la strada per Banos e dirigiamo per Riobamba, dove dobbiamo arrivare entro le 15.00 per prendere il biglietto per il Trenino delle Ande del giorno dopo. C’è una discreta coda, tutti turisti, il numero di posti è limitato quindi appena apre la biglietteria c’è l’assalto. Ma non sarà l’unico, infatti alla partenza dovremo esser presenti all’alba per accaparrarci i posti migliori, lato burroni… Alla sera ceniamo e pernottiamo all’Hacienda Las Andaluza, non è un convento come ormai ci eravamo abituati ma è comunque molto bella e caratteristica. La cena è allietata da un gruppo che suona con strumenti indios sia musica indigena tipicamente andina sia grandi successi tradizionali, “convertiti” dal suono particolare dei loro strumenti.

08/08 Trenino delle Ande

E’ il giorno del trenino. Ci alziamo alle 5 per essere alla stazione di Riobamba molto presto : obbiettivo i posti alla destra del treno perché sono quelli “lato precipizio”, quindi i più spettacolari. Le tre carrozze sono piene di turisti ma vi trovano posto anche alcuni locali, altri si caricano delle sedie di casa sulla motrice e siederanno insieme al macchinista, il quale ci informa che viaggeremo ad una velocità di 20/30 km/h e che impiegheremo circa 7 ore per fare 120 km!!!
La ferrovia a volte costeggia la strada, altre si addentra solitaria in mezzo a gole e vallate. E’ molto bello quando attraversiamo piccoli paesi sperduti in mezzo alle montagne : per i bimbi è una festa il passaggio del treno, tutti ci salutano e corrono a fianco dei vagoni.

Qualche anziana donna, vestita nel tradizionale costume colorato, smette per qualche istante di lavorare la terra ed osserva il nostro rumoroso passaggio.
In un paio di questi paesini facciamo la sosta dove si approfitta per fare acquisti alle coloratissime bancarelle predisposte lungo il binario dai locali, piene di ponchi, cappelli, maglioni, borse ma anche di merende tipiche quali banane fritte, latte col mais, frittelle con formaggio, pollo e maiale…

L’ultima tratta del viaggio è la più spettacolare, si va alla Nariz del Diablo : un luogo dimenticato dal Signore dove la ferrovia scende fino in fondo al canyon facendo zig zag, ovvero dove il treno per due volte procede in retromarcia sulla parete della montagna perché qui non esiste alcuno spazio per effettuare una curva.
Questo dovrebbe essere il momento più bello della gita, ma sinceramente a noi è piaciuto di più il resto del viaggio, con l’attraversamento dei piccoli “puebli”, le vallate con le terre coltivate a mano dalle donne soprattutto anziane, il solito incredibile paesaggio che offre la Sierra Andina.
Al ritorno dalla Nariz del Diablo il treno deraglia! Sembra che ciò accada frequentemente ed è dovuto al fatto che mancano molti traversini dei binari, che dicono vengano rubati dai locali per far legna e scaldarsi e più rimpiazzati per via della scarsa manutenzione…
Molto interessante vedere come l’equipaggio rimette il treno sui binari: scavano una buca all’interno della rotaia, vi mettono una grossa pietre che serve per bloccare un pezzo di rotaia piegato, tipo quello per gli scambi e che tengono sempre sul treno, pronta per questa evenienza. Una volta fissato il binario “scambio” a fianco di quello regolare, fanno avanzare il treno molto lentamente e quando le ruote di motrice e vagoni raggiungono la pietra con il pezzo incastrato tra essa ed il binario, magicamente le carrozze ritornano sulla rotaia.
Dopo il divertente fuori programma, raggiungiamo il capolinea ad Alausì, dove Guillermo ci aspetta per portarci ad Ingapirca e quindi a Cuenca dove passeremo la notte. Il viaggio per arrivarci è lungo, la Panamericana per molti tratti è sterrata, inoltre ci troviamo una nebbia fittissima che ci costringe ad avanzare a passo d’uomo. Poco prima del tramonto arriviamo ad Ingapirca, il più importatane sito Inca dell’Ecuador. La luce rossa del sole che sta calando aiuta a creare una certa atmosfera e dona una bella colorazione alle antiche mura ed a tutto ciò che ci circonda.

Gli Inca non distruggevano le costruzioni delle popolazioni che conquistavano ma costruivano i palazzi ad un livello superiore a quelli esistenti, per dimostrare la loro supremazia. E’ così che in questo luogo si conservano sia parti di costruzione Inca, sia della cultura che li ha preceduti, ossia la Canaris. Fortunatamente c’è poca gente, più qualche lama che pascola liberamente sui prati intorno alle rovine. Arriviamo a Cuenca in serata quando oramai è già buio, abbiamo solo il tempo di cenare ed andare a letto, cotti a puntino…

09/08 Cuenca e Guayaquil

La mattina la passiamo a visitare Cuenca, probabilmente la più bella città dell’Ecuador, coi suoi palazzi coloniali ancora intatti, le vie del centro pulite, la città è tenuta molto bene. La guida ci dice che i Cuencani sono molto orgogliosi della loro città e si sentono un po’ superiori rispetto al resto del Paese, anche perché Cuenca è considerata la capitale culturale. In centro visitiamo l’imponente cattedrale, che rimarrà incompiuta, senza campanili che non potranno essere costruiti perché le mura della chiesa non ne reggerebbero il peso a causa di calcoli errati durante la costruzione. All’interno svetta una bella statua di Giovanni Paolo II che ha visitato la città nei primi anni del suo pontificato ed a cui i cuencani sono molto devoti. Certo fa un certo effetto vedere una statua di quello che è stato il Papa della nostra generazione, venerato come gli altri santi che si trovano normalmente in tutte le chiese.
Dopo la cattedrale visitiamo il Museo d’Arte Precolombiana, ricco di monili di tutte le culture ecuadoriane precedenti l’arrivo degli spagnoli. Poi Guillermo ci porta a casa di una signora che vende antiquariato e che conosce personalmente. Per 1 dollaro ci permette di visitare la sua dimora costruita 190 anni fa dai suoi antenati e ricca di oggetti pregiatissimi prelevati qua e là per il mondo. Anche lei in realtà si può considerare un pezzo di antiquariato.
All’uscita ci facciamo portare in taxi alla fabbrica dei famosi cappelli Panama.
Al contrario di quanti possono credere, i cappelli Panama che vengono fabbricati proprio qui in Ecuador, devono il loro nome al fatto che questo copricapo veniva fornito ai lavoranti durante la costruzione dello stretto di Panama. La visita alla fabbrica è veramente interessante, viene mostrato ogni passo della lavorazione del cappello, dall’intreccio iniziale fatto ad opera delle donne indios, che poi vendono il manufatto in fabbrica al completamento della lavorazione.
Prima di mezzogiorno partiamo per Guayaquil ed attraversiamo il Parco nazionale del Cajas, una zona di alta montagna la cui caratteristica è che il terreno è perennemente intriso d’acqua, anche quando non vi piove da tempo. E’ una zona ricca di allevamenti di trote e ci fermiamo per il pranzo in una di queste haciendas x gustare la trucha a la plancia. Proseguiamo quindi il nostro viaggio e dopo pochi km scolliniamo il passo Cajas, da qui in avanti sarà tutta in discesa fino a Guayaquil, da 4000 mt slm a..4 mt slm . In alcuni momenti sembra di stare su un aereo anziché in auto, perché la strada scende lungo il costone della montagna e ci troviamo al di sopra delle nubi che coprono tutta la pianura sottostante.

Il clima cambia e ritroviamo l’umido che avevamo “assaporato” a Banos, la vegetazione è totalmente diversa, è quella della foresta tropicale. La pianura è ricca di colture di banane, cacao e riso… Sono le grandi coltivazioni industriali.

La strada per Guayaquil è larga e ben asfaltata ma il traffico è terribile e guidano tutti come pazzi! Abituati a velocità da 50/60 km/h sulla Sierra, ci ritroviamo superati e stretti sul ciglio della strada da furgoni e TIR che viaggiano ad oltre 100 km/h!
Giunti a Guayaquil sani e salvi, lasciamo subito i bagagli, documenti e qualsiasi cosa che abbia un valore superiore a 10 dollari nella cassetta dell’hotel. Questa città ci è stata descritta da molti come la più pericolosa dell’Ecuador, il 90% dei reati avviene qui… Un po’ intimoriti, con addosso solo maglietta e jeans, passeggiamo per il lungomare. E’ molto moderno, appena ricostruito completamente nel 2000 dall’intraprendente sindaco locale che chiede anche uno statuto speciale al governo centrale in quanto considera Guayaquil, forse a ragione, la città economicamente più importante per il paese. Questo luogo è pieno di vita e di locali, ma anche di molta polizia, il che ci rassicura ed al tempo stesso intimorisce.
La giornata volge ormai al termine ed il nostro pensiero è già a domani, quando partiremo per le Galàpagos.

10/08 Arrivo alle Galàpagos – Isola Baltra

Ci siamo, è il mio “giorno dei giorni”. Guillermo ci accompagna fino al check in e poi il commiato. E’ stata la guida perfetta, quella che tutti sogniamo di avere ad ogni viaggio. Ci ha fatto vivere l’Ecuador con molta passione, ci ha descritto ogni più piccola cosa nel minimo dettaglio, ci ha raccontato la storia del Paese ma anche la geografia, ci ha spiegato le varie tradizioni delle più sperdute comunità andine. E’ stato più che una guida, un Amigo.
Dall’oblò dell’aereo scruto avidamente l’oceano in attesa che mi appaia il primo lembo di terra. Finalmente ci siamo. Scatto un paio di foto al primo isolotto che vedo ed in un paio di minuti siamo già a terra.

Impossibile descrivere l’emozione e l’adrenalina che ho addosso.
La temperatura è primaverile, non si può certo dire che faccia caldo. Veniamo subito indirizzati al controllo bagagli a mano ed al pagamento della tassa d’ingresso alle isole, 100 usd a testa. Passata questa “formalità” ci dirigiamo all’area del ritiro bagagli : un veranda con tettoia in legno dove i carrelli portano le valigie di tutto l’aereo ed una volta che le han scaricate tutte, aprono l’accesso alla folle corsa dei villeggianti per il ritiro del proprio bagaglio. Sbrigata anche questa, usciamo dal minuto aeroporto e troviamo ad attenderci la nostra guida naturalistica delle Galàpagos, Estephan. A bordo di un bus compiamo un breve tragitto per arrivare all’imbarco e qui abbiamo subito un assaggio di quello che sarà il nostro viaggio: 4 leoni marini abbandonati uno sull’altro sulle panchine destinate ai passeggeri delle imbarcazioni.
Con 2 piccole barche chiamate Panga ci portano sul nostro yacht Fragata. Non avendo mai fatto vacanze in barca, ogni piccolo dettaglio mi entusiasma e comunque c’è da dire che lo yacht è veramente bello. Abbiamo la cabina in alto, al secondo piano del ponte, spaziosa, con due finestroni, sicuramente la migliore di tutta la barca, oltre a quella dei nostri dirimpettai. Avendo prenotato a gennaio qualche vantaggio l’abbiamo avuto. Laura è un po’ in crisi, per lei è tutto troppo piccolo e le sembra che non ci sia posto per tutte le cose che abbiamo; ma non c’è problema, “digerirà” la cabina giorno per giorno.
Sono già le 14 ed alle 18 sarà buio. Giusto il tempo di mettersi il costume che veniamo lasciati su di una spiaggia di Baltra. Qui incontriamo i primi amici animali, granchi rossi, iguane marine, 1 fenicottero e molti molti uccelli tra cui pellicani, sule, fregate ed anche 1 fenicottero. Ci viene spiegato per bene che non possiamo avvicinarci agli animali, dobbiamo tenere almeno 2 metri di distanza, se gli animali vengono verso di noi dobbiamo lentamente spostarci.; non possiamo andare all’interno dell’isola, dobbiamo solo stare sulla spiaggia ed eventualmente camminare solo nei sentieri segnalati. Tutto questo irrita già qualcuno dei nostri compagni ma sono regole fondamentali per cercare di mantenere il più possibile intatto questo fragile paradiso. Durante questa prima passeggiata ci facciamo prendere la mano per le foto, continuiamo a scattare ad ogni cosa che respiri e che si muova : bellissimi i granchi rossi che sullo sfondo nero degli scogli di origine lavica fanno la loro bella figura;
enormi pellicani che ci sfiorano in volo radente,

spettacolari gli stormi di sule e fregate che passano continuamente sopra le nostre teste, viaggiando sempre nella stessa direzione, per via delle correnti d’aria e che dopo alcuni minuti, fatto il giro dell’isola, si ripresentano in parata ai nostri obbiettivi..
Facciamo anche il primo snorkeling , l’acqua è fredda ma sopportabile anche senza muta. Vi sono molti pesci ma certo sotto questo aspetto non è il Mar Rosso.
Dopo un paio d’ore ritornano a prenderci le pangas e ci riportano sulla barca. Prima di cena abbiamo un briefing con la guida e con l’equipaggio dove questi ultimi si presentano e la guida ci spiega come sarà la nostra crociera: orari, tipi di approdo alle isole, asciutto e bagnato, alcune regole fondamentali da seguire in barca e quindi nuovamente le regole da tenere sulle isole con flora e fauna. Scopriamo che solo lo 0,5 %di ogni singola isola è calpestabile per i turisti ed i locali che non siano guide o scienziati o documentaristi..Tranne poche eccezioni come Porto Ayora o l’aeroporto o la grande isola Isabela, si può solo camminare sulla spiaggia o sui sentieri delimitati da appositi paletti ed all’interno delle isole si può andare solo in presenza di una guida. Come già riscontrato anche nel pomeriggio, qualcuno è un po’ contrariato e deluso per queste restrizioni, ma chi ama veramente la natura, capisce e rispetta le esigenze di questo luogo unico al mondo e che bisogna cercare di preservare il più possibile.
Per chiudere il briefing ci viene chiesto di presentarci a tutti noi 16 ospiti della barca, di spiegare i motivi della scelta di una vacanza così particolare e cosa ci aspettiamo di vedere e di avere da questo viaggio.
Alle 19 ceniamo ed alle 21 siamo già in cabina pronti per la notte. La barca naviga di notte spostandosi da un’isola all’altra mentre durante il giorno saremo ancorati in piccole baie o faremo brevi spostamenti lungo la costa delle isole.
Sarà per il movimento del mare, per il fatto di non essere abituati a dormire in barca, ma soprattutto per l’adrenalina accumulata questo primo giorno che praticamente molti di noi passeranno la notte in bianco.

11/08 Isla Genovesa

La sveglia suona per tutti alle 6,30 ! Sarà sempre così tranne un paio di giorni in cui ci alzeremo un’ora prima. Colazione alle 7 ed alle 8 tutti pronti per la prima escursione. Siamo ancorati nella Baia di Darwin, all’interno di questa piccola isola a forma di ferro di cavallo. Il primo approdo è asciutto, su di una roccia da cui si risale la scogliera per fare una passeggiata lungo il sentiero intitolato al Principe Philip. Qui gli uccelli la fanno da padrone : camminiamo infatti in mezzo a nidi di fregate, sule mascherate e dai piedi rossi,
gabbiani ecc.. che non si scompongono minimamente al nostro passaggio. A terra o appollaiati sui rami secchi di questa foresta impervia di Palo Santo, covano le loro uova o accudiscono i piccoli accanto a loro. Particolarmente belli sono le giovani Sule, completamente bianche e col piumaggio un po’ arruffato che sembra fatto di cotone.

Proseguiamo lungo il sentiero che il cielo plumbeo e gli alberi secchi e bianchi, fanno sembrare alquanto sinistro. Estephan ci spiega ogni caratteristica di ogni singola specie, sia animale che vegetale, non parla italiano ma in spagnolo ed inglese, quindi facendo anche un mix delle due lingue bene o male tutti capiamo. Il suo tono però è monotono, senza enfasi o slanci di passione, sembra un nastro registrato e ne abbiamo la conferma quando uno dei nostri compagni di viaggio che capisce perfettamente entrambe le lingue, ci svela che dice esattamente le stesse cose sia in spagnolo che in inglese, senza modificare mai neanche una virgola.. Abituati bene con Guyllermo, siamo un po’ perplessi dal modo di fare di Estephan, serio e molto professionale.
Dopo 2 ore di cammino torniamo alla barca e ci prepariamo per lo snorkeling nella baia. E’ nuvoloso e fa freddo, ma la voglia di scoprire cosa c’è qui sotto è più forte di quella di restarsene all’asciutto. Indossiamo le mute e ci lanciamo dalle pangas nelle scure acque della baia. Il primo impatto è tremendo, per 2/3 minuti mi manca il fiato da tanto e gelida l’acqua, poi appena la muta inizia a fare il suo dovere, comincio ad acclimatarmi.. Anche lo snorkeling non è del tutto libero ma dobbiamo farlo in gruppo e nuotando in una determinata direzione, scortati dalle piccole barche. Il cielo nuvoloso ed il fondale scuro non favoriscono certo la visione ma qualche pesce riusciamo a vederlo. Dopo una mezz’ora di nuoto, praticamente ibernati cominciamo a rientrare alla barca per una doccia bollente prima del pranzo.
Nel pomeriggio approdiamo su di una spiaggia dall’altra parte della baia e troviamo ad attenderci una famiglia di leoni marini.
Stanno tranquillamente “spaparazzati” sulla sabbia, uno addosso all’altro per cercare di scaldarsi a vicenda e non si scompongono più di tanto quando ci avviciniamo per fotografarli. Proseguiamo quindi per un sentiero che costeggia la scogliera, anche questo pieno di nidi di volatili di ogni specie.

Il paesaggio offerto da questa parte dell’isola è più bello e la vegetazione più variegata, con dominio da parte di Opunzie.

Un paio di leoni marini giocano in una piccola ansa al riparo dai marosi e noi non possiamo che rimanere incantati ad osservarli. Piano piano capiamo che stiamo assistendo dal vivo ad uno dei tanti documentari visti in tv, che siano stati scientifici o goliardici come quelli dei due più invidiati viaggiatori italiani..
Alle 17 rientriamo sulla barca, alle 18,30 il solito briefing dove si parla di quel che si è visto oggi e ci viene spiegato il programma del giorno successivo. E’ il secondo giorno e cominciamo a legare un po’ di più con i nostri compagni di avventura, di cui la metà sono italiani. Alle 21, dopo la cena, c’è la fuga nelle cabine, siamo tutti stanchi morti, la notte prima non abbiam dormito ed il viaggio di questa sarà molto lungo ed il mare non promette nulla di buono. Per non correr rischi mi affido alle magie della Xamamina..

12/08 Isla Bartolomé e Isla Santa Cruz

Ci svegliamo nella Bahia di Sullivan, all’Isla Bartolomé, probabilmente la più conosciuta e fotografata per via del famoso Pinnacle Rock, un faraglione che spunta dall’acqua puntando verso il cielo come la punta di una freccia.

Approdiamo sull’isola su di uno spuntone di roccia da dove parte una scalinata in legno che ci porterà alla sommità dell’isola, a 174 mt di altezza, dopo aver percorso 300 scalini. Incrociamo altre comitive che scendono soddisfatte dello spettacolo visto, all’inizio eravamo un po’ preoccupati dalla presenza di una nave da 100 passeggeri che avrebbe ingombrato i nostri passi, ma dopo che questi sono scesi dalla vetta sono subito ripartiti verso altre mete. Rimaniamo quindi solo noi più un altro paio di barche sempre da 16/20 posti. Il problema della presenza di troppi turisti era stata una delle note dolenti subito balzate agli occhi all’arrivo in Galàpagos; in effetti ci si aspettava di essere di ma ovviamente siamo qui anche noi come gli altri a subire gli stessi lamenti.. Sono anni che il governo locale delle Galàpagos, così come i responsabili del Parco e la comunità scientifica internazionale invocano una riduzione del numero consentito di turisti e soprattutto di clandestini, ossia ecuadoriani continentali che cercano lavoro non regolare nel posto più visitato e quindi più remunerativo del Paese. Per lo stesso motivo il governo centrale è restio a limitare ulteriormente l’accesso alle isole, in quanto primaria fonte di ricchezza. Sono ormai quasi 100.000 i turisti che ogni anno arrivano qui e ad un costo di 100 dollari l’uno fan il loro bel tesoretto, senza contare tutto l’indotto che vi gira intorno. E purtroppo di questi 100 dollari solo il 10 % va la Parco, un altro 10% al centro ricerca Darwin ed i restanti 8/10 equamente suddivisi ai vari enti statali..
Risalendo le scale il panorama non cambia fino a quando non si è quasi in cima. Tutto intorno terra rossa, lavica ma dalle differenti tonalità, rende il paesaggio molto suggestivo. (foto) Finalmente arriviamo in cima ed è veramente uno spettacolo ! Davanti a noi si para l’immagine delle tante guide e libri che trattano delle Galàpagos : l’istmo dell’isola, con sullo sfondo l’Isla Santiago, la spiaggia Bartolomé con il Pinnacle rock, i colori delle dune, della spiaggia, della terra rossa dell’isola ed infine le varie tonalità di azzurro del mare cristallino rendono questo posto un tempio della bellezza della natura.

Questo è uno di quei posti dove si starebbe seduti per ore a meditare, purtroppo per noi il tempo è tiranno e tra l’ora che ci abbiam impiegato ad arrivarci e la ventina di minuti passati a rimirar il paesaggio è tempo di ridiscendere per andare in spiaggia a giocare coi leoni marini ed a fare snorkeling.
Approdo “bagnato”(ossia saltando in acqua dalle Pangas e bagnandosi mediamente sopra il ginocchio..) alla spiaggia Bartolomé, sotto il Pinnacle Rock. Anche oggi, seppur ci sia il sole, la temperatura è fresca e quella dell’acqua ancora di più. Appena arrivati notiamo dall’altra parte della spiaggia un altro gruppo che sta giocando insieme ad un paio di leoni marini . Molti di noi vi accorrono macchinetta alla mano mentre io, facendo un po’ il baldanzoso con i pochi amici rimasti, dico loro che piuttosto che andar laggiù in mezzo ad una ventina di persone che attorniano le due bestiole, cercherò di portare in acqua a giocare con me i 2/3 leoni che abbiamo vicino a noi e che sono come spesso accade, tranquillamente sdraiti a prendere il sole. Ho fatto questa “sparata” goliardica più per lo scherzo e mai mi sarei immaginato che chiamando in tutti i più disparati modi, stile baubau miciomicio i leoni marini, uno di questi si ridestasse dal suo torpore per raggiungermi in acqua ed iniziando a piroettarmi attorno…

Ero felice come un bimbo che mangia lo zucchero filato mentre và sulla sua giostra preferita !
Anche gli altri, stupitissimi dall’atteggiamento del simpatico pupazzone vivente, mi raggiungono in acqua. C’è solo un momento di preoccupazione e…patos quando il leone per giocare inizia a mordicchiarmi in varie parti del corpo, andando a parare pure “laggiù” !
Dopo qualche minuto la bestiola torna in spiaggia e noi iniziamo lo snorkeling intorno al Pinnacle Rock. Il mare è limpidissimo ed il sole oggi ci aiuta ad ammira le bellezze marine. In particolare questa zona è piena di stelle marine molto grandi, che appoggiate sul fondale scuro danno l’idea di un cielo stellato.. Dalla parte opposta della famosa roccia, abbiamo la fortuna di vedere un pinguino su di uno scoglio. E’ immobile, sembra quasi finto. Risaliamo al volo sulle pangas per avvicinarci ad ammirarlo ed è veramente carino, trasmette subito simpatia.
Scatta nuovamente il gong ed anche l’escursione a Bartolomé finisce. I tempi vengono dettati, oltre che dallo scandire impietoso delle lancette, anche dal grado di ibernazione raggiunto durante i nostri bagni. Seppur con le mute, difficilmente si riesce a resistere più di mezz’ora in acqua.
Durante il pranzo la barca naviga verso Isla Santa Cruz dove abbiamo in programma un’escursione in Panga a Black Turtle Cove, una vasta area sulla costa occidentale dell’isola, ricca di mangrovie e dove vivono mante, squali e tartarughe marine. Ci addentriamo lentamente ed a motore spento nella fitta rete di canali evitando di andare a sbattere la testa contro i rami di mangrovie che avvolgono questo posto.
Dobbiam fare il massimo silenzio per avere la possibilità di avvistare qualche animale marino e non disturbare troppo in questo meraviglioso habitat. Riusciamo ad avvistare un paio di tartarughe ed anche qualche manta nera a pois bianchi

Durante il rientro alla barca abbiamo il primo contatto con le splendide sule dai piedi azzurri. Appollaiate sugli scogli, osservano il nostro silenzioso passaggio, altre invece ci danno prova della loro abilità di pescatrici. E’ incredibile veder tre esemplari che si tuffano in mare insieme, uno dopo l’altro come aerei da caccia all’attacco e poi riemergere dopo 3/4 secondi con la preda in bocca e rialzarsi in voloRientrati a bordo dello Yacht partiamo subito per spostarci a Plaza Sur, un isolotto dalla parte opposta di Santa Cruz. E’ il primo spostamento di una certa lunghezza che facciamo mentre c’è ancora il sole e ne approfittiamo per godere del ponte alto dello yacht. Con grande piacere scopriamo che veniamo “scortati” durante il questo trasferimento da uno stormo composta da una decina di fregate. Ora si spiega il nome di questa imbarcazione..(Fragata).
Per una parte del gruppo è la sera del commiato, quindi si fa un brindisi tutti insieme e chi parte parla delle sue impressioni riguardo al viaggio effettuato. Tranne una persona che rimarca nuovamente la sua delusione per la troppa presenza di turisti e per il poco spazio visitabile sulle isole, gli altri sono tutti molto soddisfatti di questa esperienza.

13/08 Isla Plaza Sur ed Isla Santa Cruz

A causa della partenza di alcuni passeggeri e dell’arrivo dei nuovi oggi la sveglia è alle 5,30 ! Alle 6,15 siamo già a terra e complice i colori dell’alba rimaniamo estasiati ad osservare il bellissimo contrasto di colori che c’è su questa piccola isola. Infatti l’intera isola è ricoperta da una particolare pianta erbacea che nel periodo umido in cui le piogge sono abbondanti è verde, nel periodo secco invece è rossa

Ci incamminiamo per la breve passeggiata in quella che sembra una vera e propria foresta di cactus

Su quest’isola vediamo anche per la prima volta l’iguana terrestre. A differenza di quella marina è più grande e più cicciozza, è di colore chiaro, giallo marrone ed ha un vero aspetto da dinosauro.

Dopo un’ora di passeggiata all’alba, rientriamo subito sulla barca e dirigiamo verso Puerto Ayora, a Santa Cruz.
Mentre l’equipaggio è impegnato nel ripristino delle cabine di chi parte e nel ripristino delle scorte della cambusa, abbiamo un paio d’ore per girovagare in questa piccola cittadina che è il capoluogo dell’arcipelago nonché sede della famosa stazione scientifica Charles Darwin.
Puerto Ayora è molto turistica, vi si trovano i classici negozietti di souvenir, agenzie di viaggio locali che propongono escursioni giornaliere e non, ristoranti, caffè, insomma tutto quello che fa parte del mondo civile che in questi primi 3gg di navigazione ci eravamo scordati.
Ne approfitto per acquistare immediatamente un ulteriore scheda per la macchina fotografica visto che ne ho già consumate due da 1Gb ciascuna.. Ieri addirittura ero stato costretto a centellinare gli scatti per poter arrivare almeno fino ad oggi.. Passato il panico dovuto a questo banale imprevisto, le compere sono dedicate ad amene t-shirt ed altri souvenir da portare a parenti ed amici, oltre ad un piccolo cadeau per un amico di viaggio che il giorno dopo festeggerà gli anni con noi. Prima di risalire in barca per il pranzo, assistiamo divertiti a ciò che accade al mercatino del pesce, dove pescatori e clienti cercano di evitare di farsi rubare la merce dagli intrepidi pellicani

Al pomeriggio ritorniamo a Puerto Ayora e visitiamo il Parco e Stazione Scientifica Charles Darwin. Passeggiando lungo un sentiero fra cactus enormi, arriviamo ad un primo punto di spiegazione. Ci sono foto di come erano le Galàpagos anni fa, la loro storia, quello che è stato fatto per cercare di salvaguardare questo fragile ecosistema. Proseguendo arriviamo alla Nursery, dove dentro a grandi gabbie e recinti vengono messe le famose tartarughe dopo la nascita. I primi giorni vengono tenute al buoi per ricreare le condizioni di vita del nido, poi dopo due anni passati qui alla stazione vengono riportate sulle isole dove sono nate.

I piccoli gusci sono numerati con colori diversi perché pur essendo tutte della specie Galàpagos, le tartarughe di ogni singola isola hanno caratteristiche diverse che devono essere preservate. Fa eccezione il Vecchio Gorge, una testuggine gigantesca ultracentenaria, rimasto unico della sua specie.
I ricercatori hanno più volte cercato di farlo accoppiare con femmine appartenenti a specie simile alla sua ma finora senza alcun esito. Purtroppo il solitario George rimane un po’ nascosto ai nostri occhi e riusciamo ad intravedere a malapena l’enorme corazza. In compenso vediamo le due femmine che vivono con lui cercando inutilmente di sedurlo.. Continuando arriviamo ad ammirare da vicino altre testuggini giganti appartenenti ad un’altra specie, sempre a rischio estinzione. Uscendo dal Parco si passa davanti all’immancabile chiosco dei souvenir, dove varrebbe la pena comprare solo perché il ricavato va direttamente al Centro di Ricerca e successivamente alla Stazione Scientifica vera e propria dove i turisti però non vi accedono.
Estephan ci comunica che abbiamo ora 2 ore di libertà perché lui deve recuperare i nuovi ospiti della barca, decidiamo di farci portare in taxi ad un ranch fuori dalla città dove le tartarughe pascolano in libertà nel verde di questo vasto parco. Qui le possiamo finalmente ammirare nel loro habitat naturale, in tutta la loro bellezza. Ci sono esemplari enormi che pesano più di 200 kg e di questi, solo il 10% è il peso del carapace, il resto è praticamente tutto carne e grasso.

In questa stessa zona vi sono anche dei tunnel sotterranei formati dalla lava vulcanica durante le eruzioni del vulcano di quest’isola. Ne visitiamo uno lungo un centinaio di metri, all’inizio largo ed illuminato,
successivamente stretto e buio, tanto da metter in crisi quelli del nostro gruppo che soffrono di claustrofobia. Però, coraggiosamente, Laura e Gino riescono a superare alla grande questo momento particolarmente difficile per loro e sbucano all’aria aperta insieme a noi alla fine del tunnel.
Salutiamo i nostri compagni della prima parte della crociera, loro passeranno la notte sull’isola per poi fare qualche giorno ad Isla Isabela, la più grande dell’arcipelago.
La crociera è infatti acquistabile in 3 pacchetti differenti : settimana intera, primi 3 gg oppure ultimi 4gg. Noi abbiamo optato per la prima soluzione e non ne siamo assolutamente pentiti. Infatti si ha la possibilità di vedere molte più isole e quindi anche diversi animali e diversa vegetazione, poi come è costruito il giro, scopriamo che ogni giorno è sempre meglio e si vive in un crescendo di emozioni.
Ritorniamo coi taxi al porto per esser reimbarcati ed al briefing pre cena facciamo conoscenza coi nostri nuovi compagni. Dei nuovi, solo due sono italiani mentre il resto è composto da canadesi, statunitensi, svedesi, israeliani ed un tedesco. Questo yacht si è trasformato nell’ombelico del mondo.

14/08 Isla Santa Cruz e Isla Santa Fè

Questa mattina abbiamo un escursione in bus all’interno dell’isola fino ai Crateri Gemelli. Non sono dei veri e propri crateri ma bensì due vaste aree che sono collassate a causa di esplosioni sotterranee di gas e magma. Oltre a questi “Gemelli”, la particolarità del luogo è la presenza di una pianta chiamata Scalesia che è totalmente ricoperta da muschio, la posto di foglie e fiori ha della lanugine di muschio, veramente singolare e ve ne è un bosco pieno.

Al ritorno verso il porto ci fermiamo a visitare un altro tunnel di lava, questa volta più grande e parzialmente all’aperto.. Quello di ieri ci ha sicuramente soddisfatti di più, molto più avventuroso..
La barca riparte in direzione sud, verso la piccola isola di Santa Fè e qui facciamo un’altra volta il bagno insieme ai leoni marini. Questa volta però ce ne sono molti di più e sono tutti per noi.. Ci girano intorno, ci sfiorano, ci passano sotto e poi si girano a guardaci in faccia a pancia in su, una cosa veramente indescrivibile. C’è pure un maschio enorme lungo più di due metri e grosso tanto che potrebbe contenere tre persone. Fa una certa impressione quando passa vicino : anche se sono animali mansueti, loro sono nel loro ambiente naturale mentre noi siamo gli intrusi e non si sa mai.. Resistiamo la solita mezz’ora ma poi dobbiamo mestamente risalire. E’ stato veramente emozionante, finora il momento più bello della crociera, anche se è quasi impossibile stilare una classifica.

Dopo la caldissima doccia ritemprante sbarchiamo sulla spiaggia ed anche qui ci ritroviamo in mezzo ad una folta colonia di leoni marini..

Facciamo la passeggiata all’interno in mezzo alla foresta di cactus Opunzia giganti di cui il più vecchio ha ben 80 anni .
La guida ci spiega che questi cactus si sviluppano molto in altezza per sfuggire ai iguane terrestri e capre selvatiche che provocano seri danni a questo particolare habitat.
Ritorniamo alla spiaggia e passeggiando in mezzo ai leoni ne troviamo uno che è stato attaccato da uno squalo. La ferita è impressionate, lo squalo gli ha proprio staccato un pezzo di corpo, eppure la guida dice che stà benissimo.
In effetti sembrerebbe così : Estephan ci spiega che non verrà curato dall’uomo: quelli del parco intervengono solo sulle specie in via di estinzione mentre per quelle il cui numero di esemplari è quello giusto, come per esempio i leoni marini, lasciano tutto com’è e che la natura faccia il suo corso. Anche se triste a vedersi non possiamo che essere d’accordo. Sempre meglio che essere uccisi per l’idiozia dell’essere umano.
La sera ceniamo insieme ai quattro italiani “superstiti” con cui stringeremo più affiatamento, Paola col figlio Emanuele, Emanuela e Gino. Persone che vivono realtà completamente diverse l’una dall’altra ma che hanno in comune la stessa identica passione per viaggi, natura ed animali.
La barca si mette in moto appena terminata la cena. Ci aspetta un lungo, 9 ore di navigazione, per raggiungere l’isola più a sud dell’arcipelago, Espagnola. Finalmente abbiamo una serata con cielo limpido quindi ne aprofittiamo per passare qualche minuto sul ponte. Lo spettacolo offerto dalla volta celeste è grandioso, sembra di essere al planetario. Per noi che ormai viviamo sotto un cielo molto “offuscato” dall’inquinamento luminoso è un momento da gustarsi totalmente in silenzio..

15/08 Isla Espagnola

La distanza di questa isola rispetto ad altre dell’arcipelago ha fatto sì che qui si sviluppassero specie endemiche solo del luogo. Uno di questi è il particolarissimo “uccello col cappuccio”. E’ una specie che è sempre in cerca di acqua dolce ed ha imparato ad avvicinarsi a guide e turisti per poterne bere il più possibile. Infatto ho giusto il tempo di tirar fuori la bottiglietta d’acqua per fare un sorso che subito me ne ritrovo uno sulla spalla. Non resisto alla tentazione (ed al divieto) di versarmi qualche goccia sulla mano e subito il simpatico fringuello vi si fionda a bere. Non contento, infila addirittura la testa nel collo della bottiglia per stillarne le gocce appese alle pareti..
Ma la cosa più bella di quest’isola sono sicuramente gli Albatros. Espagnola è l’unica isola dell’arcipelago dove essi nidificano e ve ne sono più di 10.000 coppie.
Sono praticamente ovunque e si lasciano anche avvicinare. Siamo molto fortunati perché un paio di coppie si mettono a fare la “parata d’amore”, strofinandosi il becco l’uno contro l’altra e muovendo il collo lateralmente ed all’insù.

Il volo di questi magnifici esemplari è superbo, girano e girano per molti tempo senza minimamente dover battere le ali. Il loro decollo come pure l’atterraggio è abbastanza goffo ma bello nel medesimo tempo, in quanto devono compiere qualche passo prima di riuscire ad innalzarsi in volo e quando atterrano non si posano in un sol colpo ma fanno 3 o 4 passi di frenata. In alternativa, come han fatto per il loro primo volo, si lanciano giù dalle alte scogliere per poi alzarsi alti nel cielo dopo qualche secondo.
Oltre agli albatros, l’isola è il regno delle Sule dai piedi azzurri, anch’esse splendide per via di
questa particolarità ed uno simboli delle isole Galàpagos.

Per non esser da meno dei loro amici albatros, anche loro ci fanno il dono di assistere alla loro danza amorosa. Passeggiando lungo il sentiero ci imbattiamo infatti in una coppia dove il maschio si stà facendo bello con una femmina per l’accoppiamento. Si muove su se stesso marciando con le due zampette, stando fermo nel medesimo punto ed aprendo le ali fa un inchino alla femmina emettendo un fischio caratteristico. Uno spettacolo impagabile, a cui oltre a noi assiste in disparte un altro maschio, in attesa del proprio turno.
Oggi è veramente un giorno meraviglioso (non per il meteo..), cammin facendo ci imbattiamo in una femmina di leone marino che ha partorito solo il giorno prima, come testimonia la placenta ed il sangue vicino alla bestiola.. Accanto a lei, il piccolo tenerissimo cucciolo dorme sonni tranquilli, col musino appoggiato a quello della madre.

Prima di rientrare per il pranzo, ci imbattiamo anche in una poiana con a fianco il suo “piccolo”.
Al pomeriggio ci spostiamo con le Pangas in un’altra zona di Espagnola nota per la presenza di squali pinna bianca. Non tutti se la sentono di fare il bagno con la possibilità di incrociare questo famigerato pesce. La guida ci rassicura sul fatto che sono molti anni che questi squali non attaccano l’uomo, questo grazie al fatto che il cibo da queste parti non scarseggia proprio, come abbiam appurato dal povero leone marino visto ieri. Comunque Estephan mette le mani avanti dicendo anche che ovviamente non si sa mai quel che può capitare… Infilate le mute ci tuffiamo nuovamente nelle acque gelide e scure. Nuotiamo vicino lungo la costa per alcuni minuti senza avvistare nulla ma proprio quando stavamo per uscire dall’acqua, Estephan chiama tutti. Ha trovato due squali che stanno facendo una pennichella a circa 3 metri di profondità, sotto la parete di una roccia. Dalla superficie non si vedono, dobbiamo immergerci in apnea. Al primo tentativo non riesco a vederli, la corrente è sostenuta e ci sposta in pochissimo tempo di qualche metro e non sono riuscito a star sotto abbastanza per vederli. Ci riportiamo nuotando in superficie sopra al punto esatto dove si trovano e riprovo a scendere. Stavolta bastano pochi secondi per trovarmeli davanti, a non più di 5 metri di distanza !
Sono lunghi un paio di metri e stanno immobili uno accanto all’altro. Sono impressionanti. Staranno anche dormendo ma fanno il loro tremendo effetto. Riesco a far caso a malapena alla punta bianca sopra la pinna dorsale che devo subito risalire. Siamo tutti stupefatti ed entusiasti, nessuno di noi si era mai trovato così vicino a squali di queste dimensioni. Il piccolo Emanuele è un po’ spaventato, ma si immerge coraggiosamente insieme a noi un’altra volta. Purtroppo questa volta il freddo mi tradisce ed appena mi do lo slancio per andar sotto mi viene un crampo ad un polpaccio. La mia visita agli squali è già finita, è durata solo alcuni secondi che però mi rimarranno a lungo impressi nella mente.
Le Pangas ci portano alla spiaggia dove cerchiamo di asciugarci e riscaldarci il più in fretta possibile. E’ un’area molto bella, con spiaggia lunghissima e vegetazione verso l’interno.
Incamminandoci lungo il bagnasciuga ci imbattiamo nei soliti leoni marini giocherelloni, a cui questa volta non ci uniamo perché oramai asciutti ed abbastanza infreddoliti, poi ad un paio di tartarughe marine che nuotano vicino riva ed infine, arriviamo al promontorio di scogli neri come la pece dove risaltano i magnifici colori dei granchi rossi.

La cena e soprattutto dopo, la passiamo a commentare l’incredibile giornata che abbiamo avuto la fortuna di vivere : gli Albatros, le Sule ed infine gli Squali…Che sia forse stato questo il giorno più bello ?

16/08 Isla Floreana

Ci risvegliamo al largo di Floreana, una delle poche isole abitate dove vive una comunità di una settantina di abitanti. Quest’isola è stata forse la prima ad essere colonizzata dall’uomo, ciò dovuto al fatto che ha un terreno molto fertile, grazie alla presenza del vulcano Paja, ed ad alla presenza di sorgenti di acqua dolce. Purtroppo la presenza permanente dell’uomo ha portato all’estinzione della specie di tartaruga endemica dell’isola oltre a quella di numerose specie di uccelli.
Approdiamo su una spiaggia con uno strano colore verdastro. Questa tonalità è data dalla presenza di silicati vulcanici di ferro e magnesio che riusciamo a notare solo prendendo in mano un po’ di sabbia e passandola “al setaccio”. Ci avviamo verso l’interno ed arriviamo ad una laguna salmastra popolata da molti flamingos, ossia i fenicotteri. Il colore dell’acqua è roseo per via dell’abbondante presenza di gamberetti, cibo prediletto di questi splendidi uccelli. L’acqua salata arriva dal mare per infiltrazione sotterranea.
Dopo esser rimasti alcuni minuti incantati a guardare il colore dei fenicotteri, proseguiamo l’escursione arrivando ad un’altra spiaggia dove la guida ci consiglia di camminare dentro l’acqua fino a livello ginocchia, per “sentire” e forse vedere le piccole razze che girovagano in questa conca. Dobbiamo spostarci molto lentamente e sollevando i piedi senza strisciarli sul fondo, altrimenti è molto difficile poterle avvistare.
Mentre risulta molto più semplice entrarvi in contatto senza poterle vedere, a causa della presenza di sabbia nell’acqua.
Baciati nuovamente dalla fortuna, ci imbattiamo anche in una tartaruga marina che dalla spiaggia scende in mare per cercare di sfuggire alla nostra curiosità.

Ritornando per lo stesso sentiero, ci fermiamo a guardare dall’alto le scie che lasciano i fenicotteri sul fondo della laguna durante il loro “rastrellamento” in cerca di cibo..

Al pomeriggio ci spostiamo un po’ con la barca ed abbiamo un approdo bagnato su una spiaggia nei pressi del mitico Post Office di Floreana. Il posto non è particolarmente bello dal punto di vista panoramico, ma ciò è compensato invece dalle storie e dalle leggende che lo ammantano di mistero. Alla fine del 1700 le baleniere che solcavano questi mari hanno iniziato a lasciare lettere per la compagnia o per i propri cari dentro ad un barile. Le baleniere che erano già sulla rotta di rientro e si fermavano a fare approvvigionamento d’acqua, raccoglievano queste lettere da consegnare poi direttamente alla sede della compagnia o alle famiglie dei marinai imbarcati.

La tradizione è continuata ed ora è possibile lasciare le proprie cartoline nella speranza che qualche altro turista ce la recapiti o possibilmente la consegni personalmente al mittente.
La tristezza comincia a farsi largo nel nostro animo, il momento della partenza si avvicina e domani mattina faremo l’ultima escursione prima di riprendere l’aereo che ci riporterà in continente.
Con l’amico Gino, con cui sono entrato subito in sintonia in quanto uomo di una pacatezza e saggezza fuori dal comune, facciamo le ultime considerazioni su ciò che abbiamo vissuto in questi sette giorni.. Una cosa veramente fuori dal comune, una full immersion nel mondo della natura, un viaggio che ci ha appagato totalmente sotto ogni aspetto.
Come la “nostra “ tradizione vuole, anche qui l’ultima sera ci vien fatto dono di un magnifico tramonto a suggellare la fine della vacanza.

Dopo cena tocca a noi questa volta tirare le somme con la guida e l’equipaggio. Siamo tutti sulla stessa linea di pensiero che riflette i le considerazioni riportate in precedenza. E’ stata un’esperienza veramente impagabile.

17/08 Isla Seymour

Alle 5,30 è il momento del triste risveglio. Come sempre mi accade, l’ultimo giorno di vacanza resto chiuso in me stesso, muto come un pesce. Per me ogni volta la fine di un viaggio è mentalmente devastante, questa volta più di altre, perché non è la fine della solita magnifica vacanza, ma è la fine di un sogno, realizzito, compiuto, che durato anni è diventato qui realtà. Sono conscio di esser un ragazzo fortunato, che ha potuto realizzarlo, questo come altri, che molte persone non possono per motivi diversi realizzare. Ma mi perdonerete questo momento estremamente egoistico della mia mente che mi porta solo a pensare a me stesso ed al rientro alla routine quotidiana.
Comunque non sono l’unico e l’alone di tristezza avvolge il nostro gruppo durante la passeggiata in questa piccola isola. Alone che si scompare o quantomeno mitigato dalla vista delle prime Sule dalle zampe azzurre nei loro nidi, di cui questa isola è piena. Ma oltre alla Sule, oggi siamo a “caccia” delle Fregate in amore. Questo bellissimo volatile ha una particolarità : durante il corteggiamento gonfia il grosso gozzo rosso per attrarre le femmine. Dopo lungo girovagare ne troviamo finalmente qualche esemplare, fermo immobile su di un ramo, in attesa dell’arrivo di qualche femmina. Purtroppo per lui deve inziare ad accontentarsi di noi turisti che una volta di più rimaniamo incantati ad ammirare l’ennesima bellezza della fauna di queste isole.
Il gozzo, rosso fiammante è gonfio nel suo massimo splendore e risalta anche in lontananza sullo sfondo nero corvino della fregata.

Lungo il percorso incontriamo nuovamente i leoni marini, anche qualche simpatico cucciolo e prima di risalire sulle pangas per il rientro alla barca, le Sule ci salutano con una magnifica “picchiata” di gruppo dentro al mare.
Al porticciolo di Baltra ritroviamo, impassibili sulle panchine, gli strani componenti del “Gobierno Provincial de Galapagos”. E’ il degno finale di questo viaggio nel regno animale.

Rimane solo il trasferimento aereo a Quito, dove passeremo la notte e quindi il rientro in Italia. Durante il volo dalle Galapagos a Quito riusciamo ad ammirare un’ultima volta il Cotopaxi,
teatro della nostra piccola impresa. Il resto è solo un grande silenzio, per riassaporare dentro la mia mente quella che è stata questa incredibile esperienza.

Considerazioni finali

Come mi è capitato con le persone che mi han chiesto come è stato questo viaggio, ho qualche difficoltà a trovare le parole, gli aggettivi adatti a rendere veramente l’idea di quel che è e come l’abbiamo vissuto. Non riesco a venir fuori dai banali “bellissimo, stupefacente, fantastico” ecc..ecc.. che però a mio parere sono troppo poco per etichettare quella che è stata una vacanza veramente..diversa.
E’ un viaggio che consiglio a chi ama scoprire le culture dei popoli così diverse dalla nostra, cercare di capire e vedere le usanze e le tradizioni senza limitarsi a guardare con occhi distaccati. E’ un viaggio soprattutto per chi ama la natura, i paesaggi e gli animali. Sia l’Ecuador continentale che le Galàpagos appagano totalmente i desideri di chi cerca queste cose.
Un abbraccio particolare va ai nostri compagni di avventura, Emanuela, Paola, Emanuele e Gino, con i quali abbiamo trascorso molto tempo gomito a gomito durante la splendida crociera.
Un abrazo grandissimo invece alla nostra guida continentale, Guyllermo, un ragazzo fantastico con cui ci siamo trovati subito in sintonia.
Ed infine il buon Fabio Tonelli che ha curato in ogni minimo dettaglio questo viaggio, facendo in modo che riuscisse

7 thoughts on “Ecuador e Isole Galapagos (2007)

  1. luogo stupendo, eccezzionale.ti fa rendere un po’ l’idea della grabdezza
    del pianeta.
    complimenti a voi che ci siete stati e documentato queste meraviglie della natura.

  2. Leggo da mezz’ora questo tuo racconto e mi ha emozionato più di un documentario!!!!E’ perchè dalle tue parole traspare tutto l’entusiasmo di chi ha coronato un sogno ed ha caparbiamente perseguito un obiettivo. Le persone così sono sempre delle belle persone. Bellissimo viaggio e bellissimo racconto. Avro modo, molto presto, di aggiungere altre considerazioni….di persona. Ciao ciao Lamby

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