Houston abbiamo un problema: la colazione!
Scordiamoci i bar… O vai da Starbucks, o da Mister Donut, o ti magni quella giapponese (vedi dopo…), oppure ti arrangi, come abbiamo fatto. Ovvero, brioches confezionate acquistate nei Conbini (piccoli minimarket di quartiere aperti h24) e bustina di tè che trovi in albergo. In camera accendi il bollitore e les jeux sont faits.
Ore nove ci aspetta Veronica, guida italiana che vive da tempo a Tokyo. Simpatica, spiritosa e quasi bi-laureata, inizia allertandoci sul caldo e sull’umidità. E in effetti la botta di calore che senti passando dal gelo dell’hotel agli oltre trenta gradi esterni è notevole. Ed ovviamente Laura ed io abbiamo reazioni totalmente opposte: lei tutta la vacanza patirà di più l’aria condizionata a palla mentre io le temperature infernali… Comunque mi preme subito sottolineare una cosa: Veronica mi ha letteralmente salvato la vita facendomi scoprire le salviettine umidificanti a -5° !!! Nei momenti critici, ne prendevo una, la infilavo sotto il cappello e riprendevo vita per almeno un’altra mezzora !
La visita inizia nel quartiere Asakusa con un refrain che si riproporrà ogni giorno: templi buddisti alternati a santuari shintoisti. Imparare la base! I templi sono buddisti e i santuari shintoisti. Rimaniamo affascinati dal culto e dalla dedizione. Ogni cappella è motivo di sosta e preghiera. Monetina, preghiera e conclusione del rituale con due battiti di mani.
Iniziamo dal Tempio Senso-ji. La prima cosa che notiamo è il silenzio. Nonostante ci si trovi nel cuore della metropoli, una volta varcate le sue “porte”, tutto o quasi tace. Si sente solo il naturale brusio delle migliaia di turisti che lo visitano.
Nelle cappelle innumerevoli statuette di pietra che indossano bavaglini. Sono gli Jizō, protettori dei viaggiatori e dei bambini. Le entrate dei templi sono contraddistinte dalle loro particolari colonne d’Ercole. Le statue dei guardiani! A destra Agyō con la bocca aperta che simboleggia la nascita (infatti quando nasci frigni a bocca spalancata). A sinistra Ungyō con la bocca chiusa che simboleggia la morte.



Uscendo dall’ingresso principale, percorriamo la vivace Nakamise-dori, viuzza piena di negozietti simili ai nostri: non vendono santini e crocifissi ma i loro corrispettivi buddisti.
Veronica ci porta sulla terrazza di un palazzo poco distante da cui possiamo ammirare dall’alto sia parte del Senso-ji che il palazzo della birra Asahi, che richiama una caraffa di birra con schiuma. Bello? Mah, sicuramente curioso…


Trottiamo al Parco di Ueno dove lo stagno dei fiori di loto è un gioiello tra i palazzi.


La passerella in legno sopra l’acqua è strapiena di Fūrin, campanelle apotropaiche, il vento le fa suonare con un concerto strepitoso.


Ci congediamo da Veronica con qualche suggerimento culinario dove mangiare il più tipico ed il meno turistico possibile. Entriamo con circospezione in un localino praticamente privo di qualsiasi insegna e proviamo la nostra prima soba fredda.
Ci incasiniamo nella preparazione, pucciamo dove non dobbiamo pucciare e versiamo dove non dobbiamo versare! Ad ogni errore, rimbomba nel nostro cervello il tipico suono buzzer del videogioco in cui ci siamo calati, perdendo i Mochi bonus.

La to do list della giornata prevede un negozio di cancelleria. Un negozio di cancelleria?!?
IL negozio di cancelleria! ITOYA! Sei piani dove trovi QUALSIASI cosa. Vietato dire non c’era!


Il pomeriggio prosegue e finalmente saliamo sul treno monorotaia senza conducente! Soprannominato subito Blaine (solo i Kinghiani di lunga data possono capire). Guadagniamo inaspettatamente il posto in pole e ci godiamo un viaggio unico in sopraelevata!



Approdiamo sull’isola artificiale di Odaiba, dove parte un pellegrinaggio verso il Gundam.
Certo, per noi boomer italiani, Goldrake e Jeeg restano pietre miliari indelebili della nostra infanzia ma anche Gundam, come Capitan Harlock o i Guerrieri delle Stelle, il Grande Mazinga o Daitarn3 sono indimenticabili e quindi facciamo che l’omaggio al Gundam valga anche per tutti gli altri, per un’epoca fantastica che non tornerà più.
La passeggiata dalla fermata della sopraelevata fino al parco dove si trova il pupazzone è molto bella, aperta e rilassante.




Tiriamo sera fotografando pure la luna….


Per cena hamburger e patatine guardando da lontano la Statua della Libertà e il Rainbow Bridge…

Un nuovo giro di giostra ci porta, finalmente, nel lontano oriente e precisamente nella terra del Sol Levante !
Solitamente amiamo organizzarci il viaggio da soli: la ricerca di aerei, treni, hotel, sono uno dei miei passatempi preferiti… Una serie di circostanze avverse nel periodo organizzativo mi ha indotto dopo un mesetto a cercare di allineare i pianeti, a mollare il colpo, facendomi scegliere di rivolgermi ad un’agenzia specializzata solo sul Giappone, Watabi, per far quadrare tempi e metodi nei vari spostamenti in loco. Una volta espresso le nostre esigenze fin nei dettagli, in primis quella di viaggiare soli e con tempi “nostri”, ci hanno confezionato un pacchetto su misura che si rivelerà praticamente perfetto.
Eccoci a Tokyo che subito si presenta con una gradita sorpresa: la nostra valigia ci ha preceduti ! Non ci è mai capitato in nessun aeroporto del mondo ! E’ già lì che gira sul rullo trasportatore da chissà quanto tempo, attendendoci annoiata. Primo assaggio dell’organizzazione nipponica!
La guida che ci accoglie all’aeroporto, Gen, si presenta all’appuntamento con un ritardo di dieci minuti. Ma come ?! Un giapponese che si fa aspettare?! Scoperto l’arcano: ha vissuto in Italia quattro anni e forse si è un po’ adeguato… Aaah beh allora, perdonato…
Per prima cosa ci fa acquistare due tessere“Suica”, progettate per i turisti e con scadenza a un mese dalla convalida. In pratica una carta di debito ricaricabile, passepartout per viaggiare senza menate su tutti i mezzi. E anche per fare acquisti di ogni sorta! Decisamente comoda! Ci scorta all’hotel posizionato strategicamente nel quartiere di Asakusa, ce la racconta dandoci varie informazioni, ci fornìsce un wifi portatile accompagnato da indispensabile powerbank e ci lascia al nostro destino.
Da questo momento parte un videogioco e noi siamo i personaggi. Tempi serrati per gli spostamenti da una città all’altra, treni in perfetto orario che non aspettano, pranzi a tempo di record, visite guidate, levatacce. Ogni livello che raggiungi, accumuli 100 punti e tre Mochi bonus da mettere in saccoccia.

Calano le prime ombre della sera.
Vietato addormentarsi, dobbiamo adeguarci subito al fuso. Giriamo per il quartiere di Shinjuku, zona vivace e movimentata di Tokyo, nota per i grattacieli, lo shopping, e i divertimenti. Naso all’insù estasiati da questa nuova avventura. La prima impressione è una New York orientale. Luci, colori, negozi. Strade enormi ma stranamente poco trafficate. Scopriremo che non è saggio comprare un’auto in queste metropoli. Non ci sono parcheggi e garage, ma come vedremo la rete di trasporto pubblico è così fitta e funzionante che non vale la pena di acquistarla.


Decidiamo di iniziare l’avventura gastronomica con il sushi, ma Laura rimane delusa. Sapori troppo forti. E’ probabilmente abituata all’evidente gusto insipido di quello nostrano. Per me ovviamente è l’esatto contrario !
Anche se provati dal viaggio, saliamo sul Tokyo Metropolitan Government Building a vedere il primo panorama mozzafiato. Le luci della città si perdono a vista d’occhio in ogni direzione: d’altronde per capire veramente l’estensione di questa metropoli che ha 30 milioni di abitanti, bisogna guardare i vari paragoni geografici reperibili in rete.


Il piano panoramico, oltre alla vista sulla città, offre una bellissima esposizione di cimeli delle due Olimpiadi che si sono svolte in città. Magliette, scarpe, attrezzi di svariati campioni ed alcune ambientazioni di qualche disciplina per farti capire le proporzioni dei record olimpici in confronto a quello che siamo noi comuni mortali: altezze, lunghezze e pesi ci lasciano a bocca aperta.



Ci stupisce che non si debba pagare per entrare! Tutto gratuito ! Ridiscesi, ci facciamo attirare dal prato sottostante per un momento di riflessionezzzzz 😴
Imitiamo con un po’ di apprensione chi si è accomodato sull’erba a guardare per aria. Maaa cartacce, mozziconi, cacche, cicche? Neanche l‘ombra. Sdraiati viaggiatore e medita: siamo proprio in un mondo a parte !



Finalmente una Big Bench dietro casa anche per me…
La Big Bench n°398 si trova alla Badia di Dulzago, nel comune di Bellinzago (No).

Luogo ameno, tranquillo, dove passo spesso al rientra dai giretti in moto sviluppati in direzione laghi. Mi piace soprattutto in primavera, dove a marzo si circonda del giallo della colza e ad aprile e maggio, del mare a quadretti delle risaie appena allagate, che riflettono la bellezza della Badia.



I promotori hanno messo ben due postazioni per foto, selfie ecc…

Si può parcheggiare di fronte all’Azienda Agricola Apostolo Franco, dove si timbra il passaporto dedicato e da lì 200 metri facili per raggiungerla.



Appena e/o finché le temperature lo consentono, inforco il mezzo e parto per nuove panche da esplorare.
11° alle ore 11 dell’11/11 sono l’allineamento perfetto per mettere in moto in direzione Monferrato. Cerrina e Murisengo mi aspettano.
Dopo un’oretta eccomi appollaiato su esse, inframezzato da un ottimo pranzo al Ristorante Italia di Cerrina, dove ho timbrato per l’omonima panchina, che fa pure rima…
Mi è piaciuto molto il colore di entrambe, particolare quello di Cerrina: quel nocciola col turchese sta veramente bene. Bella location che guarda verso il paese e la vallata; a sinistra riconosco la sagoma del mio Monte Rosa.
Murisengo: bel colore anche qui, ma più isolata, più tranquilla e bell’atmosfera regalata dal sole ormai basso e dalla silhouette delle colline, ma soprattutto dai caldi colori autunnali delle ultime foglie di vite che non vogliono arrendersi alla cupa stagione. Molto simpatica la signora dell’Azienda Vitivinicola Cerrano dove ho timbrato il passaporto. Purtroppo non ho potuto riportare a casa con me del buon Bacco causa borse piene. Sarà per la prossima volta…
Diario semironico e politically incorrect scritto da Laura con qualche mia incursione…
10 giugno
Ultimo giorno! Ci dobbiamo inventare cosa fare ma neanche tanto.
Iniziamo con il museo fallologico. Fondato nel 1974 da Sigurdur Hjartarson, professore di storia in pensione, il museo raccoglie apparati genitali maschili, disseccati o conservati in formaldeide.
All’80% è un museo di storia naturale. Dettagliato nelle spiegazioni e nelle illustrazioni, espone miriadi di cilindri, cilindretti e cilindroni di vetro contenenti i più svariati e curiosi falli di ogni specie animale.
Per il 20% curiosità e aneddoti. Pezzo forte del museo, i calchi in argento dei pisellini dei giocatori della squadra nazionale di pallamano, medaglia d’argento (appunto) alle Olimpiadi di Pechino 2008.
Usciamo e ci incamminiamo verso il museo Perlan. Dal centro sono circa 3 km a piedi di una piacevolissima passeggiata.
Aperto nel 1991 è un viaggio nella natura, storia e geologia islandese.

Poche parole per un posto fantastico.
What else?
Rientriamo soddisfatti e ci concediamo l’ultima cena in un ristorantino dove un simil Sinner ci diletta al pianoforte.
11 giugno
Che dire di questa giornata?
L’aereo ci aspetta, ci porta a un’altra pioggia in questo giugno insolito.
Salutiamo la nostra fida Dacia Duster, rapporto qualità/prezzo solo positivo.
E salutiamo l’Islanda con la sua bellezza, la sua durezza, la sua impeccabile organizzazione. Ci ha ricordato che la natura vince sempre e che ci dobbiamo piegare a lei, rispettandola, sempre.
Ci vorrei tornare, non subito, vediamo.








