Diario semironico e politically incorrect scritto da Laura con qualche mia incursione…
05 giugno. La meta di oggi è genericamente “andare al nord”. La strada prevede il tunnel di Hvalfjörður. Inaugurato l’11.07.98, attraversa il fiordo di Hvalfjörður non lontano da Reykjavík. Ha una lunghezza di 5.770 m e raggiunge una profondità di 165 m sotto il livello del mare. Primo tunnel a pagamento, dal 28.09.18 il passaggio è diventato gratuito. Un’esperienza fantastica per una come me: illuminato fiocamente ha pure una scarsa visibilità per i gas di scarico. Ho trascorso momenti migliori!
Proseguiamo verso la penisola di Snaefellness e finalmente arriviamo alla prima visita. Iniziamo con Ytri Tunga, la spiaggia delle foche. C’è un po’ di gente ma le foche se ne stanno in panciolle sugli scogli a debita distanza, indifferenti a noi e alla miriade di scatti.
La prossima tappa è mistica, la chiesa nera Búðakirkja. Simile se non uguale alle altre chiesette incontrate sul percorso, ma questo non colore la rende affascinante. Immancabile il suo annesso cimiterino.
Scendiamo alla spiaggia, nera anche lei ovviamente. Eh… Il pendant dove lo mettiamo, no!? Qualche foto sugli scogli che documentano il passaggio…
Ultima visita al paesino di Arnarstapi. Quattro case con la passeggiata sulla scogliera. Prima cosa che incontri è la statua di pietra dedicata a Bárður, una divinità del monte Snaefellsáss, per metà umano e per metà troll. Secondo la leggenda, divenne uno spirito quando scomparve nel ghiacciaio Snæfellsjökull.

E poi eccolo, l’arco roccioso Gatklettur che è tutto un programma da quanto è bello. Qualche visionaria ci vede un ippopotamo!

Proseguendo la passeggiata sul prato si incontrano scogli, scoglini, scoglietti e scogliere piene di gabbiani particolarmente ciarlieri.

Arriviamo finalmente nella guesthouse a Grundafjordur. Anticipata la prenotazione per i motivi di cui sopra, era già una meta per una notte che ora diventano due. È la più “bruttina” e spartana. No colazione, no bicchiere per gli spazzolini in bagno, scarpe da abbandonare con tutte le altre nell’atrio non riscaldato, cucina in comune con pulizia non eccelsa. Ma va bene lo stesso. Non mi faccio problemi. Ora di cena, ci concediamo forse il ristorante più bello della vacanza. Finestra sulla baia dominata dal mitico Kirkjufell e pesce ottimo!


Abbiamo ancora energie per vagare sulla spiaggia piena di alghe, di raggiungere la fine di un molo in cemento lunghissimo, stretto e scivoloso per le nostre foto di rito.
Ci posizioniamo, in cima a una cascatella per le foto al tramonto che tramonto non è. Il sole cala dietro il Kirkjufell ma per poco, tornerà su a breve non temete. Però sono le undici e mezza. Consideriamolo il sole di mezzanotte.



Diario semironico e politically incorrect scritto da Laura con qualche mia incursione…
04 giugno. Il meteo non scherza. Arancione dalla parte del nostro percorso. Vento, neve e strade chiuse.
O stiamo dove siamo e la stanza per un altro giorno è assicurata, oppure torniamo sui nostri passi.
Durante la colazione vediamo auto avventurarsi sulla strada. Ok, cancelliamo quanto programmato per la notte successiva e reinventiamo la vacanza. Consci che l’Islanda offre tanta natura, ma solo quella e pure un po’ arrabbiata, e le distanze non sono brevi… Questa la consideriamo la giornata persa.
Riorganizziamo gli hotel, annulliamo, spostiamo, studiamo la cartina e la guida. Non mi dilungo nei dubbi e nell’ipotesi. Tiriamo verso ovest con l’intenzione di salire poi verso nord, fin dove l’allerta lo consente.
In un clima spettrale, con raffiche di vento violentissime che trattano la nostra Duster come fosse una Smart qualsiasi, percorriamo quasi 400 km per approdare a Selfoss.
L’albergo è dotato di Spa. Fuori tira un vento impossibile. Facciamo uno più uno e indossiamo i costumi. Un paio d’ore di relax con il rumore insistente dell’instancabile vento. L’albergo offre anche una cena ma preferiamo avventurarci in un vecchio edificio che ospita tanti mini-ristorantini. Oggi una bella calda zuppa al fungo ci sta! Al rientro tiriamo dritti in albergo, veloci veloci e aiutati da Eolo. Non è serata per fare la passeggiata post cena.
Diario semironico e politically incorrect scritto da Laura con qualche mia incursione…
3 giugno. Veniamo a conoscenza della perturbazione che perseguiterà l’isola per quattro giorni, ma la speranza è l’ultima a morire e proseguiamo il nostro viaggio.
Prima tappa la grotta del maestro Yoda (Gígjagjá). Onestamente non ricordavo il film e questo è indubbiamente un luogo cult!
Inauguriamo la prima “F-road”, ovvero una strada sterrata percorribile solo da mezzi 4×4, e la nostra Duster lo è.
Mi immaginavo un percorso periglioso, invece è tenuta benissimo. Scendiamo per il prato per raggiungere le gole Fjaðrárgljúfur. Il sentiero è segnato, scavato e con tanto di corda e segnaletica che intima di non uscire dal tracciato. Motivo? Per non rovinare la flora circostante. Immaginiamo, e non è difficile farlo, un bel prato verde pestato a destra e manca da tutti. Due bei terrazzi sicuri e solidi ci permettono di guardare giù giù, fino al fiume sottostante.
Si prosegue per il ghiacciaio Jökulsárlón, uno strepitoso spettacolo della natura.
Qualche foca si abbronza distesa placidamente al fresco, le sterne attendono la fornitura del pasto da parte dei loro compagni…
Il ghiaccio sciogliendosi scivola verso il mare. Si creano dei pezzi di ghiaccio dalle forme insolite e da equilibri impossibili. Il “caldo” li riduce, rendendoli sempre più fragili e trasparenti. Si spezzano al sole e al vento.

La corrente li spinge verso la spiaggia, denominata “dei diamanti”, dove terminano la loro corsa e la loro esistenza. Polvere eri e polvere ritornerai. Nel loro caso acqua, ma il concetto è quello…



Finiamo la giornata in una guest house davvero meritevole. Abbiamo la stanza ad angolo che prende due pareti esterne. Magari la più fredda, ma anche la più bella. Ci “godiamo” la tormenta osservandola dalla finestra. Una zuppa calda chiude una giornata dal vento davvero “fastidioso”.

Qui dobbiamo prendere una decisione: proseguire non si può perché la strada da Hofn verso est è chiusa; 2/3 dell’isola sono in allerta arancione con strade chiuse… Nervosismo ed ansia ci accompagnano per tutta la serata…
Diario semironico e politically incorrect scritto da Laura con qualche mia incursione…
02 giugno. Colazione a buffet. Non solo. Apparecchi, sparecchi e metti i piatti nella lavastoviglie. Loro ti danno la materia prima, per il resto prego!
La giornata di oggi è ricca di visite e povera di chilometraggio. Vicino alla guesthouse la bagnatissima Seljalandfoss. Qui se non sei attrezzato ti fai una bella doccia gelata perché passi dietro alla cascata e il vento, random, non aiuta a trovare postazioni sicure per fotografare. Rinuncio quasi subito a fotografare e ripongo la macchina fotografica un po’ umidiccia. Max ha quella impermeabile; molto più facile no?
Ma il passaggio più “divertente” è alla fine. Presente la secchiata d’acqua? Ecco, senza eufemismo. Puccio un piede per sbaglio in un punto sbagliato. Ora di sera un acquario aveva preso vita nella scarpa.
Mi sono tenuta a debita distanza dalla successiva cascata di Skógafoss. Qui si può raggiungere la cima con una scala di ferro che la costeggia. Comoda ma il vento ogni tanto ti spazza via. Tenersi prego alle ringhiere.
L’alternanza sole nuvole ci ha sorpreso con un bellissimo arcobaleno, ma non ho visto dove finiva per cercare la pentola. Un tesoro leggendario dovrebbe ancora essere celato li sotto.
La leggenda narra di un vichingo o di un navigatore che decise di nascondere il suo forziere dietro la cascata. Ma ad oggi, del tesoro nessuna traccia…
Oggi è la giornata delle cascate, la prossima è Kvernufoss, meno famosa e frequentata. Pagato l’ennesimo parcheggio, torno dopo sull’argomento, ci si addentra per un migliaio di metri eccola lì, piccola ma fiera e rumorosa. I gabbiani adorano fare i nidi sui bordi e volteggiare giocando con il vento. All’information point una costola di balena appoggiata sull’erba. La prima di queste ossa, usate per abbellire questi luoghi.

Si riparte per la terzultima missione della giornata. L’aereo cargo di Sólheimasandur. Tra andata e ritorno Sette chilometri sferzati da un vento fastidioso. Ma nulla ci ferma!
Il 21 novembre 1973, alle ore 14:00, un aereo della Marina degli Stati Uniti C-117D era in viaggio per delle consegne. Le condizioni meteorologiche erano molto avverse e si dovette effettuare un atterraggio di emergenza. Fortunatamente, tutti e sette i passeggeri del volo sono sopravvissuti.
Fortuna vuole che quando lo abbiamo raggiunto non c’erano altri visitatori. Foto a gogo senza dover eliminare intrusi in post-produzione!




La gestione dei parcheggi è nuova per noi italiani. Non bisogna aspettarsi troppo asfalto con le righe dipinte per terra. Ti indicano che il ricavato serve per migliorare la zona, non per lucrare. E mi sento di credergli! Gli islandesi ti tirano dritto un’area con ciottoli vulcanici. All’entrata e uscita c’è una telecamera che fotografa la targa. Poi paghi con l’app o tramite la macchinetta che trovi dentro un gabbiotto. Fine. Non paghi? Ti arriva la multa. E tutto rigorosamente con carta di credito. I bagni a pagamento sono puliti e anche quelli gratis. Come paghi? Carta di credito. Non abbiamo prelevato una corona.
Riguadagnata l’auto che ballava il valzer con il vento, non paghi delle raffiche, dirottiamo verso il faro di Dyrhólaey. Il tempo inizia a peggiorare, il vento si fa insostenibile. Raffiche che ti portano via. Uno degli scopi della visita era fotografare i Puffins. Non ne abbiano visto mezzo oltre a essere impegnati a stare in piedi.
Scornati ripieghiamo alla spiaggia nera dalle colonne di basalto. Mai darle le spalle dicono. Certe onde anomale ti possono sorprendere. Gioco con le onde lunghe.


Sulla strada una piccola cascatella al contrario, immortalata immediatamente.

La guesthouse scelta vicino alla cittadina di Vik, offre il bagno in comune con gli altri ospiti. Poco male. Ci si abitua subito. Bagni puliti, tutti rispettosi degli altri. Cena carinissima in un altrettanto carinissimo ristorante dove conosciamo due americani appassionati dell’Italia. Non che sia difficile non esserlo. Anche se noi italiani siamo degli emeriti idioti. Il cameriere un cinesino gentile e sorridente. Troviamo spesso ragazzi stranieri di ogni provenienza che fanno esperienza, nei bar, ristoranti, musei, dappertutto. Un ottimo modo di approcciarsi al futuro !
Diario semironico e politically incorrect scritto da Laura con qualche mia incursione…
01 giugno – Ci svegliamo speranzosi nel meteo… Naa. Coperto con pioggia. Beh. Iniziamo allora per gradi. Una bella e sostanziosa colazione, evito salsicce e uova strapazzate in favore di banale pane, marmellata e un po’ di frutta, questa sconosciuta!
Pronti per affrontare il parcheggio? Nessun vichingo pronto ad accoglierci con l’ascia in mano. Si può pagare con l’app, ma al piano sopra troviamo anche la macchinetta che ti chiede semplicemente la targa. La digiti e ti risponde con la sua foto immortalata all’entrata. Carta di credito e via, la sbarra si alza per una nuova avventura.
Prima tappa al Parco Nazionale di Þingvellir, camminata dove la natura selvaggia fa da padrona. Come da tutte le parti, dopotutto. Siamo in presenza della fossa tettonica islandese, le due placche terrestri, la zolla americana ed euroasiatica, si allontanano da 1 a 18 millimetri ogni anno. Si può camminare dentro al canyon che si è venuto a creare.

Ci accoglie la prima cascatella e la prima chiesetta minimal. Sembra tutto molto selvaggio ma l’organizzazione è impeccabile. Ci sono bagni, a ‘sto giro gratuiti e sulla cima baretto strategico per i panini del mezzogiorno.
Seconda tappa Hot Springs Geysir. Speriamo inutilmente che il vapore caldo sprigionato dalle viscere della terra ci dia un po’ di conforto. Negativo.


Dopo le mille foto agli spruzzi bollenti ripieghiamo su un bar per un bel tè. E anche qui abbiamo il sospetto che ci si debba arrangiare in tutto. Paghi, poi vai alla macchinetta e te lo prepari. E già che ci sei sparecchi usando con attenzione la raccolta differenziata.
Ultima tappa la Gullfoss Waterfall. Imponente, rumorosa e inquietante. Guardandola pensi sempre a come usciresti dal tuffo estremo. Usciresti??? Qui è d’uopo un poncho e qualsiasi cosa, ti possa proteggere dall’acqua. Anzi, con le sferzate di vento anche il poncho non è che faccia molto.



La sera si avvicina, in senso lato. A giugno praticamente le stelle le immagini e basta. Luce fu e luce rimane. In questi giorni ho aperto un occhio alle due e mezza del mattino. Luce!
La prima guesthouse, Dalsell, in mezzo al nulla, è accogliente e ci dà un’altra prima idea di essenzialità islandese. Innanzitutto, lasciare le scarpe all’entrata. Beh, non amo queste cose ma lo capisco. Immagina la moquette di corridoi e camere lordata quotidianamente di terra e fango. E devo dire che è anche piacevole camminare scalzi. Il riscaldamento a pavimento è stata una piacevole sorpresa come i sedili riscaldati. Non è nelle nostre corde prepararci la cena nelle cucine comuni per quanto pulite. Nonostante i prezzi proibitivi di tutto. Purtroppo, la ristorazione della zona non dà molta scelta. Finiamo in un pizza grill, il tipico hamburger più patatine. Max: fish and chips. Il fritto è sempre in auge!







