Diario semironico e politically incorrect scritto da Laura con qualche mia incursione…
02 giugno. Colazione a buffet. Non solo. Apparecchi, sparecchi e metti i piatti nella lavastoviglie. Loro ti danno la materia prima, per il resto prego!
La giornata di oggi è ricca di visite e povera di chilometraggio. Vicino alla guesthouse la bagnatissima Seljalandfoss. Qui se non sei attrezzato ti fai una bella doccia gelata perché passi dietro alla cascata e il vento, random, non aiuta a trovare postazioni sicure per fotografare. Rinuncio quasi subito a fotografare e ripongo la macchina fotografica un po’ umidiccia. Max ha quella impermeabile; molto più facile no?
Ma il passaggio più “divertente” è alla fine. Presente la secchiata d’acqua? Ecco, senza eufemismo. Puccio un piede per sbaglio in un punto sbagliato. Ora di sera un acquario aveva preso vita nella scarpa.
Mi sono tenuta a debita distanza dalla successiva cascata di Skógafoss. Qui si può raggiungere la cima con una scala di ferro che la costeggia. Comoda ma il vento ogni tanto ti spazza via. Tenersi prego alle ringhiere.
L’alternanza sole nuvole ci ha sorpreso con un bellissimo arcobaleno, ma non ho visto dove finiva per cercare la pentola. Un tesoro leggendario dovrebbe ancora essere celato li sotto.
La leggenda narra di un vichingo o di un navigatore che decise di nascondere il suo forziere dietro la cascata. Ma ad oggi, del tesoro nessuna traccia…
Oggi è la giornata delle cascate, la prossima è Kvernufoss, meno famosa e frequentata. Pagato l’ennesimo parcheggio, torno dopo sull’argomento, ci si addentra per un migliaio di metri eccola lì, piccola ma fiera e rumorosa. I gabbiani adorano fare i nidi sui bordi e volteggiare giocando con il vento. All’information point una costola di balena appoggiata sull’erba. La prima di queste ossa, usate per abbellire questi luoghi.

Si riparte per la terzultima missione della giornata. L’aereo cargo di Sólheimasandur. Tra andata e ritorno Sette chilometri sferzati da un vento fastidioso. Ma nulla ci ferma!
Il 21 novembre 1973, alle ore 14:00, un aereo della Marina degli Stati Uniti C-117D era in viaggio per delle consegne. Le condizioni meteorologiche erano molto avverse e si dovette effettuare un atterraggio di emergenza. Fortunatamente, tutti e sette i passeggeri del volo sono sopravvissuti.
Fortuna vuole che quando lo abbiamo raggiunto non c’erano altri visitatori. Foto a gogo senza dover eliminare intrusi in post-produzione!




La gestione dei parcheggi è nuova per noi italiani. Non bisogna aspettarsi troppo asfalto con le righe dipinte per terra. Ti indicano che il ricavato serve per migliorare la zona, non per lucrare. E mi sento di credergli! Gli islandesi ti tirano dritto un’area con ciottoli vulcanici. All’entrata e uscita c’è una telecamera che fotografa la targa. Poi paghi con l’app o tramite la macchinetta che trovi dentro un gabbiotto. Fine. Non paghi? Ti arriva la multa. E tutto rigorosamente con carta di credito. I bagni a pagamento sono puliti e anche quelli gratis. Come paghi? Carta di credito. Non abbiamo prelevato una corona.
Riguadagnata l’auto che ballava il valzer con il vento, non paghi delle raffiche, dirottiamo verso il faro di Dyrhólaey. Il tempo inizia a peggiorare, il vento si fa insostenibile. Raffiche che ti portano via. Uno degli scopi della visita era fotografare i Puffins. Non ne abbiano visto mezzo oltre a essere impegnati a stare in piedi.
Scornati ripieghiamo alla spiaggia nera dalle colonne di basalto. Mai darle le spalle dicono. Certe onde anomale ti possono sorprendere. Gioco con le onde lunghe.


Sulla strada una piccola cascatella al contrario, immortalata immediatamente.

La guesthouse scelta vicino alla cittadina di Vik, offre il bagno in comune con gli altri ospiti. Poco male. Ci si abitua subito. Bagni puliti, tutti rispettosi degli altri. Cena carinissima in un altrettanto carinissimo ristorante dove conosciamo due americani appassionati dell’Italia. Non che sia difficile non esserlo. Anche se noi italiani siamo degli emeriti idioti. Il cameriere un cinesino gentile e sorridente. Troviamo spesso ragazzi stranieri di ogni provenienza che fanno esperienza, nei bar, ristoranti, musei, dappertutto. Un ottimo modo di approcciarsi al futuro !
Diario semironico e politically incorrect scritto da Laura con qualche mia incursione…
01 giugno – Ci svegliamo speranzosi nel meteo… Naa. Coperto con pioggia. Beh. Iniziamo allora per gradi. Una bella e sostanziosa colazione, evito salsicce e uova strapazzate in favore di banale pane, marmellata e un po’ di frutta, questa sconosciuta!
Pronti per affrontare il parcheggio? Nessun vichingo pronto ad accoglierci con l’ascia in mano. Si può pagare con l’app, ma al piano sopra troviamo anche la macchinetta che ti chiede semplicemente la targa. La digiti e ti risponde con la sua foto immortalata all’entrata. Carta di credito e via, la sbarra si alza per una nuova avventura.
Prima tappa al Parco Nazionale di Þingvellir, camminata dove la natura selvaggia fa da padrona. Come da tutte le parti, dopotutto. Siamo in presenza della fossa tettonica islandese, le due placche terrestri, la zolla americana ed euroasiatica, si allontanano da 1 a 18 millimetri ogni anno. Si può camminare dentro al canyon che si è venuto a creare.

Ci accoglie la prima cascatella e la prima chiesetta minimal. Sembra tutto molto selvaggio ma l’organizzazione è impeccabile. Ci sono bagni, a ‘sto giro gratuiti e sulla cima baretto strategico per i panini del mezzogiorno.
Seconda tappa Hot Springs Geysir. Speriamo inutilmente che il vapore caldo sprigionato dalle viscere della terra ci dia un po’ di conforto. Negativo.


Dopo le mille foto agli spruzzi bollenti ripieghiamo su un bar per un bel tè. E anche qui abbiamo il sospetto che ci si debba arrangiare in tutto. Paghi, poi vai alla macchinetta e te lo prepari. E già che ci sei sparecchi usando con attenzione la raccolta differenziata.
Ultima tappa la Gullfoss Waterfall. Imponente, rumorosa e inquietante. Guardandola pensi sempre a come usciresti dal tuffo estremo. Usciresti??? Qui è d’uopo un poncho e qualsiasi cosa, ti possa proteggere dall’acqua. Anzi, con le sferzate di vento anche il poncho non è che faccia molto.



La sera si avvicina, in senso lato. A giugno praticamente le stelle le immagini e basta. Luce fu e luce rimane. In questi giorni ho aperto un occhio alle due e mezza del mattino. Luce!
La prima guesthouse, Dalsell, in mezzo al nulla, è accogliente e ci dà un’altra prima idea di essenzialità islandese. Innanzitutto, lasciare le scarpe all’entrata. Beh, non amo queste cose ma lo capisco. Immagina la moquette di corridoi e camere lordata quotidianamente di terra e fango. E devo dire che è anche piacevole camminare scalzi. Il riscaldamento a pavimento è stata una piacevole sorpresa come i sedili riscaldati. Non è nelle nostre corde prepararci la cena nelle cucine comuni per quanto pulite. Nonostante i prezzi proibitivi di tutto. Purtroppo, la ristorazione della zona non dà molta scelta. Finiamo in un pizza grill, il tipico hamburger più patatine. Max: fish and chips. Il fritto è sempre in auge!
Diario semironico e politically incorrect scritto da Laura con qualche mia incursione, di un viaggio scelto da lei ma organizzato da me…
31 Maggio – Ignara del posto che mi aspetta, stupidamente non mi sono informata su nulla (man mano che le dicevo cosa mettere in valigia, le esclamazioni “ma dove cavolo stiamo andando” crescevano di numero e decibel).
Si parte nel pomeriggio. Ottimo, guadagniamo due ore di fuso.
Nei paraggi del gate famiglia palesemente nordica con due bambini piccoli. Manco a dirlo, me li ritrovo in aereo seduti dietro di me. L’aereo asilo nido in ogni caso. Tutti abbastanza tranquilli, ma il silenzio e la pace sono ben altra cosa. Arriviamo, l’escursione termica si fa sentire, anche se l’entusiasmo rende la differenza meno impegnativa.
Al noleggio auto un primo assaggio del “fai da te” islandese. La signorina si limita a indicarci un locker tipo Amazon e un visorino con cui dialogare. Un paio di codici e lo sportellino si spalanca. Apriti sesamo! La chiave di una Dacia Duster 4×4, l’auto più gettonata dell’Isola. Partiamo sotto un’insistente pioggerellina verso Reykjavík. Dopo due minuti, ci accorgiamo di una sorpresa inaspettata e gradita: i sedili riscaldati! Fico!
Entriamo in città, nei paraggi dell’albergo, un moderno, asettico ma centrale e comodo Center Hotels Plaza, scopriamo che qualsiasi parcheggio è a pagamento. Ma nulla è lasciato al caso. A cento metri dall’albergo un silos non troppo alto con la bocca spalancata, pronto ad inghiottirci ! Ci spaventa la sbarra che si alza: ci fa passare ma il totem non eroga il biglietto, non c’è neanche la fessura! Senti, ci pensiamo domani. Il fuso orario si fa sentire, ovvero abbiamo fame alle sei del pomeriggio! Per fortuna che qui mangiano dalle sette alle nove di sera, poi tirano giù le serrande. E’ bastato resistere solo un pochino. Un bel piatto di pesce con un primo assaggio di pietanze molto simili, pesce, carote, patate e ogni tanto il mio “amato” finocchio.

Quando usciamo dal locale c’è ancora luce, non vogliamo fare una breve passeggiatina per digerire e soprattutto iniziare ad acclimatarci ? Via quindi verso la caratteristica cattedrale della città che ci appare grave come il meteo che ci ha accolto. Per fortuna ritroviamo un po’ di calore e di colore scendendo dal colle verso il centro cittadino.


Nella hall dell’hotel capiamo subito l’aria green e salutare che tira da queste parti, con tanto di invito a farsi le scale per raggiungere la camera.

Da tempo volevo andare a pascolare sui passi francesi con Penny, la mia moto da meditazione, e finalmente ci riesco. Tre giorni in solitaria a zonzo sulle alpi Cozie e Marittime, in compagnia solo del borbottio di Penelope e di spotify nei noiosi tratti di pianura per raggiungerle e lasciarle…
Potendo gestire il tempo a mia discrezione, attraverso tutte le risaie che separano Novara da Torino lungo la vecchia e gloriosa statale 11 fino a Rondissone dove entro per alcuni chilometri in autostrada e quindi tangenziale del capoluogo piemontese ed uscirne ad Avigliana per iniziare a risalire la Val di Susa.
La prima tappa la faccio a Giaglione, appena sopra a Susa. Voglio approfittare di questo viaggetto per vedere alcune Big Bench che troverò lungo il cammino e la prima è appunto il panchinone giallone di Giaglione, proprio sotto il Rocciamelone ! Un’insieme di “one” cui non può sottrarsi il cald-one della tarda mattinata…


Dopo aver fatto apporre il timbro al passaporto dedicato, inizio a salire verso il Moncenisio, da sempre uno dei miei luoghi preferiti sulle alpi occidentali.
Se proseguissi verso l’Iseran, sicuramente mi fermerei a pranzare a Bonneval, ameno borgo ai piedi della salita. Ma andando verso ovest nella valle della Maurienne, preferisco fermarmi subito qui al “relativo” fresco dei 2000 metri.
Fatto qualche chilometro in valle, trovo la statale chiusa e l’invito ad entrare in autostrada, gratuita per quel tratto fino a Saint Michel: giusto quello che mi serve per uscire ed aggredire la salita verso Telegraphe e Galibier.
Salita mitica del Tour de France, l’ho già affrontato varie volte con le diverse moto possedute e pure in auto per portare mamma e zia a vedere una tappa del Tour !
Ebbene, è sempre una bellissima scoperta e facendolo da solo, a passo lento, ne apprezzo ancora di più la selvaggia bellezza che verso la cima, fa quasi sembrare di esser sulla Luna.


Mi fermerei ore ad osservare l’infinito dal cucuzzolo che ospita la tavola d’orientamento. Alcune decine di metri più sotto, laggiù al passo, bikers in moto ed eroici in bici, si affannano in coda a fare le foto di rito davanti al cartello del passo ed alle indicazioni stradali. Quassù da solo, respiro.
Scendo verso il Lautaret dietro ad un harleysta. Ha la luce posteriore bruciata. Allo stop del passo lo affianco e lo informo e continuiamo a parti invertite la discesa verso Briancon , perdendoci tra traffico e sensi unici alternati.
Briancon è sempre caotica, soprattutto ed ovviamente in pieno agosto. I francesi non si smentiscono mai per educazione stradale e rispetto per i bikers: le due code di auto si aprono come le acque del Mar Rosso per agevolare il nostro passaggio. In Italia capita invece che ti fanno pure la finta di venirti addosso…
Sulle rampe dell’Izoard un tenero scoiattolino con tendenze suicide mi attraversa la strada pochi metri davanti, per fortuna senza conseguenze. Un paio di mesi fa mi era capitato anche sul passo delle Erbe, sulle Dolomiti, una situazione simile e lì c’era veramente mancato poco…
Sono le sei di sera e sul passo non c’è praticamente più nessuno. Mi fermo poco più sotto per ammirare una volta di più La Casse Deserte e fotografare anche Penny nello storico punto panoramico.

E’ tempo di cercare un posto per dormire… Pensavo a Guillestre, classica tappa lungo la Route des Grand Alpes, ma non trovo nulla e sono costretto a risalire una ventina di km verso Briancon trovando rifugio in un piccolo hotel in borgo lungo la N 94.
Prima delle 9 sono già all’Intermarché di Guillestre per dare “essenza” alla moto. Il costo è simile al nostro; ai bei tempi si risparmiava molto di più a fare benzina nei supermercati francesi.
La salita al Col de Vars in direzione sud è sempre godibile, molto guidabile, senza tornanti secchi dove mi arrivano regolarmente gli insulti di Penny perché la maltratto tra una sfrizionata ed un’accelerata col piede sul freno posteriore.
Lungo la discesa incontro il primo tipico fotografo da passo. Vedremo come mi avrà immortalato…
Percorro la valle dell’Ubaye ad una piacevole andatura, spesso all’ombra di foreste e gole, fino a Jausiers dove inizia la salita per il Col de la Bonette.
Supero tantissimi ciclisti e vengo superato da altrettanti motociclisti, suddivisi equamente tra smanettoni tedeschi su KTM e giessisti compatrioti in dolce compagnia. Un auto ed un van di una qualche organizzazione locale salgono al mio passo, forse un po’ troppo allegramente per i mezzi che sono su questa strada. In un primo momento gli lascio strada, finché non troviamo qualche auto che sale lentamente e che loro non riescono a passare: desolé ma je vais…
A pochi chilometri dalla vetta trovo il secondo fotografo di giornata che mi immortala: i suoi scatti mi soddisfano e col 3 x 2 una volta a casa mi scarico le foto.



Proseguo fino all’ultimo fortino poco prima della vetta. Dietro c’è un piazzale sterrato che già conosco. Parcheggio e scendo a sgranchirmi le gambe. Il traffico lontano qualche centinaio di metri, unica presenza umana oltre al sottoscritto, un foto naturalista intento ad immortalare marmotte. Non mi avvicino per non rompergli le uova nel paniere e non far fuggire le sue prede. Magari pesca pure un’ermellino tra quelle rocce… Io non reco meco l’attrezzatura adatta e quindi abbandono subito qualsiasi velleità.
Come sul Galibier, osservo la bellezza che mi circonda e respiro…


Anche la Bonette non delude mai. Adoro i paesaggi delle Alpi Marittime, quasi quanto le Dolomiti. Invidio bonariamente i cuneesi da questa parte come i bellunesi dall’altra, per avere questi incredibili scenari così vicini…
Sulla cima c’è una marea di gente: bici, moto, auto e camper. Si passa a malapena e proseguo fermandomi un chilometro più sotto per immortalare la moto e la cima…
Scendo nel “forno” della Valle della Tinée, ad Isola mi faccio riempire una baguette di jambon e fromage e mi avvio a gustarmela quasi in cima al Colle della Lombarda.
Una giovane coppia francese mi soffia un tavolo da picnic ma il mio target è l’ombra e mi piazzo pacificamente sotto un alberello fa al caso mio… Mi nutro, mi rilasso e respiro.
Nella discesa verso valle, devio verso Sant’Anna di Vinadio. Troppo affollato. Scendo ancora e vado alla ricerca di un’altra Big Bench. La trovo in cima ad una valle secondaria della Valle Stura, a San Bernolfo.
La Big Bench di Vinadio.


Un po’ malconcia poverina, ma a queste altitudini, 1700 m s.l.m. , ci può stare…
Timbro e medito sul da farsi vista che è ormai tardo pomeriggio. Un’oretta di moto posso ancora sopportarla e decido di fermarmi alle porte di Mondovì col preciso intento di fare incetta di panchine giganti il giorno successivo, sulla via del ritorno…
Alle 9 del giorno successivo sono già seduto sulla Big Bench di Briaglia. Bellissima location e peccato che la foschia dovuta al caldo umido di questi giorni, impedisca la vista del Monviso e delle montagne circostanti. Fortunatamente trovo l’oste che ha il timbro per il passaporto nonostante il ristorante sia ancora chiuso e gentilmente me lo appone sulla nuova pagina intonsa.

Poco lontano c’è anche la panchina di Niella Tanaro. La raggiungo in pochi minuti. Panorama simile ed ovviamente negato dalla foschia verso le montagne. Qualche perplessità sulla scelta di porla davanti ad pozzo o depuratore o qualsiasi cosa sia… Qualche decina di metri più avanti sarebbe stato meglio. Timbro al caffé Hemingway nel centro del paese dove astanti e proprietario si complimentano con Penny…

Mi accordo con l’amico Clemente per un’ape a La Morra ma nel mentre riesco a visitare anche la panchina gigante di Farigliano.
Altra bella location, in mezzo alle vigne ed ai campi di girasole.

Timbro alla Cremeria di Farigliano, ritorno a fondo valle per raggiungere velocemente La Morra.
Ape rigenerante, quattro piacevoli chiacchiere con il buon Clemente e Patrizia e poi, rassegnato alla sauna che mi aspetta lungo la via del ritorno, li saluto calorosamente.
Non voglio fare tardi per non affrontare le ondate di calore previste nel pomeriggio e quindi tiro dritto per il breve tratto autostradale Alba Asti, deciso ad arrivare a casa presto…
Non ho fatto i conti con lo stomaco ed il piacere della buona cucina di queste parti. A Moncalvo devio per Vignale Monferrato e mi godo l’ultimo pranzo di questo viaggetto all’ombra degli alberi secolari della piazzetta dove è sita la Locanda delle Tre Lasagne. Ultimi piacevoli convenevoli con altri avventori ed il breve ma bel viaggetto va a finire nei 36 gradi della Lomellina che mi cuociono a fuoco lento fino a casa…
Anche quest’anno sono sbocciati i tulipani presso l’Azienda Agricola Fiorelilla di Cameri, Novara.
Un tuffo in mezzo ai colori di questi splendidi fiori, dove si viene idealmente trasportati nei Paesi Bassi, anche grazie al meteo birbante di questi ultimi giorni di marzo.
Enjoy !




















