Diario semironico e politically incorrect scritto da Laura con qualche mia incursione, di un viaggio scelto da lei ma organizzato da me…
31 Maggio – Ignara del posto che mi aspetta, stupidamente non mi sono informata su nulla (man mano che le dicevo cosa mettere in valigia, le esclamazioni “ma dove cavolo stiamo andando” crescevano di numero e decibel).
Si parte nel pomeriggio. Ottimo, guadagniamo due ore di fuso.
Nei paraggi del gate famiglia palesemente nordica con due bambini piccoli. Manco a dirlo, me li ritrovo in aereo seduti dietro di me. L’aereo asilo nido in ogni caso. Tutti abbastanza tranquilli, ma il silenzio e la pace sono ben altra cosa. Arriviamo, l’escursione termica si fa sentire, anche se l’entusiasmo rende la differenza meno impegnativa.
Al noleggio auto un primo assaggio del “fai da te” islandese. La signorina si limita a indicarci un locker tipo Amazon e un visorino con cui dialogare. Un paio di codici e lo sportellino si spalanca. Apriti sesamo! La chiave di una Dacia Duster 4×4, l’auto più gettonata dell’Isola. Partiamo sotto un’insistente pioggerellina verso Reykjavík. Dopo due minuti, ci accorgiamo di una sorpresa inaspettata e gradita: i sedili riscaldati! Fico!
Entriamo in città, nei paraggi dell’albergo, un moderno, asettico ma centrale e comodo Center Hotels Plaza, scopriamo che qualsiasi parcheggio è a pagamento. Ma nulla è lasciato al caso. A cento metri dall’albergo un silos non troppo alto con la bocca spalancata, pronto ad inghiottirci ! Ci spaventa la sbarra che si alza: ci fa passare ma il totem non eroga il biglietto, non c’è neanche la fessura! Senti, ci pensiamo domani. Il fuso orario si fa sentire, ovvero abbiamo fame alle sei del pomeriggio! Per fortuna che qui mangiano dalle sette alle nove di sera, poi tirano giù le serrande. E’ bastato resistere solo un pochino. Un bel piatto di pesce con un primo assaggio di pietanze molto simili, pesce, carote, patate e ogni tanto il mio “amato” finocchio.

Quando usciamo dal locale c’è ancora luce, non vogliamo fare una breve passeggiatina per digerire e soprattutto iniziare ad acclimatarci ? Via quindi verso la caratteristica cattedrale della città che ci appare grave come il meteo che ci ha accolto. Per fortuna ritroviamo un po’ di calore e di colore scendendo dal colle verso il centro cittadino.


Nella hall dell’hotel capiamo subito l’aria green e salutare che tira da queste parti, con tanto di invito a farsi le scale per raggiungere la camera.

Da tempo volevo andare a pascolare sui passi francesi con Penny, la mia moto da meditazione, e finalmente ci riesco. Tre giorni in solitaria a zonzo sulle alpi Cozie e Marittime, in compagnia solo del borbottio di Penelope e di spotify nei noiosi tratti di pianura per raggiungerle e lasciarle…
Potendo gestire il tempo a mia discrezione, attraverso tutte le risaie che separano Novara da Torino lungo la vecchia e gloriosa statale 11 fino a Rondissone dove entro per alcuni chilometri in autostrada e quindi tangenziale del capoluogo piemontese ed uscirne ad Avigliana per iniziare a risalire la Val di Susa.
La prima tappa la faccio a Giaglione, appena sopra a Susa. Voglio approfittare di questo viaggetto per vedere alcune Big Bench che troverò lungo il cammino e la prima è appunto il panchinone giallone di Giaglione, proprio sotto il Rocciamelone ! Un’insieme di “one” cui non può sottrarsi il cald-one della tarda mattinata…


Dopo aver fatto apporre il timbro al passaporto dedicato, inizio a salire verso il Moncenisio, da sempre uno dei miei luoghi preferiti sulle alpi occidentali.
Se proseguissi verso l’Iseran, sicuramente mi fermerei a pranzare a Bonneval, ameno borgo ai piedi della salita. Ma andando verso ovest nella valle della Maurienne, preferisco fermarmi subito qui al “relativo” fresco dei 2000 metri.
Fatto qualche chilometro in valle, trovo la statale chiusa e l’invito ad entrare in autostrada, gratuita per quel tratto fino a Saint Michel: giusto quello che mi serve per uscire ed aggredire la salita verso Telegraphe e Galibier.
Salita mitica del Tour de France, l’ho già affrontato varie volte con le diverse moto possedute e pure in auto per portare mamma e zia a vedere una tappa del Tour !
Ebbene, è sempre una bellissima scoperta e facendolo da solo, a passo lento, ne apprezzo ancora di più la selvaggia bellezza che verso la cima, fa quasi sembrare di esser sulla Luna.


Mi fermerei ore ad osservare l’infinito dal cucuzzolo che ospita la tavola d’orientamento. Alcune decine di metri più sotto, laggiù al passo, bikers in moto ed eroici in bici, si affannano in coda a fare le foto di rito davanti al cartello del passo ed alle indicazioni stradali. Quassù da solo, respiro.
Scendo verso il Lautaret dietro ad un harleysta. Ha la luce posteriore bruciata. Allo stop del passo lo affianco e lo informo e continuiamo a parti invertite la discesa verso Briancon , perdendoci tra traffico e sensi unici alternati.
Briancon è sempre caotica, soprattutto ed ovviamente in pieno agosto. I francesi non si smentiscono mai per educazione stradale e rispetto per i bikers: le due code di auto si aprono come le acque del Mar Rosso per agevolare il nostro passaggio. In Italia capita invece che ti fanno pure la finta di venirti addosso…
Sulle rampe dell’Izoard un tenero scoiattolino con tendenze suicide mi attraversa la strada pochi metri davanti, per fortuna senza conseguenze. Un paio di mesi fa mi era capitato anche sul passo delle Erbe, sulle Dolomiti, una situazione simile e lì c’era veramente mancato poco…
Sono le sei di sera e sul passo non c’è praticamente più nessuno. Mi fermo poco più sotto per ammirare una volta di più La Casse Deserte e fotografare anche Penny nello storico punto panoramico.

E’ tempo di cercare un posto per dormire… Pensavo a Guillestre, classica tappa lungo la Route des Grand Alpes, ma non trovo nulla e sono costretto a risalire una ventina di km verso Briancon trovando rifugio in un piccolo hotel in borgo lungo la N 94.
Prima delle 9 sono già all’Intermarché di Guillestre per dare “essenza” alla moto. Il costo è simile al nostro; ai bei tempi si risparmiava molto di più a fare benzina nei supermercati francesi.
La salita al Col de Vars in direzione sud è sempre godibile, molto guidabile, senza tornanti secchi dove mi arrivano regolarmente gli insulti di Penny perché la maltratto tra una sfrizionata ed un’accelerata col piede sul freno posteriore.
Lungo la discesa incontro il primo tipico fotografo da passo. Vedremo come mi avrà immortalato…
Percorro la valle dell’Ubaye ad una piacevole andatura, spesso all’ombra di foreste e gole, fino a Jausiers dove inizia la salita per il Col de la Bonette.
Supero tantissimi ciclisti e vengo superato da altrettanti motociclisti, suddivisi equamente tra smanettoni tedeschi su KTM e giessisti compatrioti in dolce compagnia. Un auto ed un van di una qualche organizzazione locale salgono al mio passo, forse un po’ troppo allegramente per i mezzi che sono su questa strada. In un primo momento gli lascio strada, finché non troviamo qualche auto che sale lentamente e che loro non riescono a passare: desolé ma je vais…
A pochi chilometri dalla vetta trovo il secondo fotografo di giornata che mi immortala: i suoi scatti mi soddisfano e col 3 x 2 una volta a casa mi scarico le foto.



Proseguo fino all’ultimo fortino poco prima della vetta. Dietro c’è un piazzale sterrato che già conosco. Parcheggio e scendo a sgranchirmi le gambe. Il traffico lontano qualche centinaio di metri, unica presenza umana oltre al sottoscritto, un foto naturalista intento ad immortalare marmotte. Non mi avvicino per non rompergli le uova nel paniere e non far fuggire le sue prede. Magari pesca pure un’ermellino tra quelle rocce… Io non reco meco l’attrezzatura adatta e quindi abbandono subito qualsiasi velleità.
Come sul Galibier, osservo la bellezza che mi circonda e respiro…


Anche la Bonette non delude mai. Adoro i paesaggi delle Alpi Marittime, quasi quanto le Dolomiti. Invidio bonariamente i cuneesi da questa parte come i bellunesi dall’altra, per avere questi incredibili scenari così vicini…
Sulla cima c’è una marea di gente: bici, moto, auto e camper. Si passa a malapena e proseguo fermandomi un chilometro più sotto per immortalare la moto e la cima…
Scendo nel “forno” della Valle della Tinée, ad Isola mi faccio riempire una baguette di jambon e fromage e mi avvio a gustarmela quasi in cima al Colle della Lombarda.
Una giovane coppia francese mi soffia un tavolo da picnic ma il mio target è l’ombra e mi piazzo pacificamente sotto un alberello fa al caso mio… Mi nutro, mi rilasso e respiro.
Nella discesa verso valle, devio verso Sant’Anna di Vinadio. Troppo affollato. Scendo ancora e vado alla ricerca di un’altra Big Bench. La trovo in cima ad una valle secondaria della Valle Stura, a San Bernolfo.
La Big Bench di Vinadio.


Un po’ malconcia poverina, ma a queste altitudini, 1700 m s.l.m. , ci può stare…
Timbro e medito sul da farsi vista che è ormai tardo pomeriggio. Un’oretta di moto posso ancora sopportarla e decido di fermarmi alle porte di Mondovì col preciso intento di fare incetta di panchine giganti il giorno successivo, sulla via del ritorno…
Alle 9 del giorno successivo sono già seduto sulla Big Bench di Briaglia. Bellissima location e peccato che la foschia dovuta al caldo umido di questi giorni, impedisca la vista del Monviso e delle montagne circostanti. Fortunatamente trovo l’oste che ha il timbro per il passaporto nonostante il ristorante sia ancora chiuso e gentilmente me lo appone sulla nuova pagina intonsa.

Poco lontano c’è anche la panchina di Niella Tanaro. La raggiungo in pochi minuti. Panorama simile ed ovviamente negato dalla foschia verso le montagne. Qualche perplessità sulla scelta di porla davanti ad pozzo o depuratore o qualsiasi cosa sia… Qualche decina di metri più avanti sarebbe stato meglio. Timbro al caffé Hemingway nel centro del paese dove astanti e proprietario si complimentano con Penny…

Mi accordo con l’amico Clemente per un’ape a La Morra ma nel mentre riesco a visitare anche la panchina gigante di Farigliano.
Altra bella location, in mezzo alle vigne ed ai campi di girasole.

Timbro alla Cremeria di Farigliano, ritorno a fondo valle per raggiungere velocemente La Morra.
Ape rigenerante, quattro piacevoli chiacchiere con il buon Clemente e Patrizia e poi, rassegnato alla sauna che mi aspetta lungo la via del ritorno, li saluto calorosamente.
Non voglio fare tardi per non affrontare le ondate di calore previste nel pomeriggio e quindi tiro dritto per il breve tratto autostradale Alba Asti, deciso ad arrivare a casa presto…
Non ho fatto i conti con lo stomaco ed il piacere della buona cucina di queste parti. A Moncalvo devio per Vignale Monferrato e mi godo l’ultimo pranzo di questo viaggetto all’ombra degli alberi secolari della piazzetta dove è sita la Locanda delle Tre Lasagne. Ultimi piacevoli convenevoli con altri avventori ed il breve ma bel viaggetto va a finire nei 36 gradi della Lomellina che mi cuociono a fuoco lento fino a casa…
Anche quest’anno sono sbocciati i tulipani presso l’Azienda Agricola Fiorelilla di Cameri, Novara.
Un tuffo in mezzo ai colori di questi splendidi fiori, dove si viene idealmente trasportati nei Paesi Bassi, anche grazie al meteo birbante di questi ultimi giorni di marzo.
Enjoy !













Incuriosito dalla presenza di nuove forme d’arte conosciute come i “Giganti di Peccioli”, ho deciso di iniziare il nostro viaggio estivo nel centro Italia da questo piccolo comune in provincia di Pisa.
Dopo il lungo ed infernale trasferimento autostradale da Novara, con temperature che sfiorano i 40 gradi, raggiungiamo il Podere Chiasso Gherardo, nelle campagne alle porte di Peccioli, dove trascorreremo le prime due notti delle nostre vacanze.
Fa molto caldo e decidiamo di visitare la discarica di Legoli che ospita due dei quattro Giganti l’indomani mattina. Rinfrescati e cambiati, partiamo per andare a visitare il piccolo borgo di Ghizzano, a pochi minuti da Peccioli.
Nel 2019 tre artisti, Alicia Kwade, Patrick Tuttofuoco e David Tremlett, che già conosco per aver dipinto nelle Langhe la Cappella del Barolo a La Morra e la chiesetta di Coazzolo, hanno realizzato opere permanenti che possiamo ammirare passeggiando tra le viuzze di Ghizzano.


Il borgo, grazie alle case dipinte da Tremlett ricorda vagamente Burano, anche se i colori sono più tenui e l’abitato è notevolmente più piccolo.




Ma camminare tra queste case colorate mette comunque allegria ed il silenzio che vi alberga, serenità.


Nel tardo pomeriggio ci spostiamo a Peccioli e veniamo accolti da una deliziosa rotonda che ci fa subito capire lo spirito artistico del paese.

Dopo pochi metri troviamo sulla nostra il primo dei 4 giganti: posto sul tetto di un edifico, osserva con sguardo a metà tra l’incuriosito ed il minaccioso, i viandanti imprudenti che transitano ai suoi piedi.

Saliamo nel centro storico dove in moto non abbiamo problemi a parcheggiare e ci incamminiamo lungo la sua via principale. Meno appariscente e noto di molti altri borghi toscani, Peccioli diventa una piacevole scoperta passo dopo passo. Lo splendido Palazzo Senza Tempo, quasi anonimo nell’aspetto esterno, ci fa immergere nell’arte con mostre di vario genere, sia permanenti che temporanee. Ristrutturato recentemente, unisce antico e moderno, sorprendendoci quando sbuchiamo dal lato opposto alla via centrale, su una bellissima terrazza sospesa che affaccia sulle colline a levante del paese.


In lontananza vediamo un altro dei Giganti; lo andiamo a scoprire “col favore delle tenebre”, dopo la doverosa passeggiata post cena dove scopriamo altri angoli suggestivi, abbelliti da altre opere d’arte come la moderna passerella colorata che conduce la parcheggio multipiano, opera di Patrick Tuttofuoco
e “Lo sguardo di Peccioli” di Vittorio Corsini, con centinaia di foto degli occhi degli abitanti di Peccioli, che fissano l’orizzonte dalle antiche mura del paese.
Riprendiamo il mezzo e scendiamo dal centro per raggiungere il Gigante scorto in precedenza dalla terrazza. Raggiungiamo l’Anfiteatro Mazzola, nella completa oscurità, da una stradina di campagna. Solo l’imponente scultura è illuminata e ciò le dona un aspetto molto suggestivo.


Il mattino successivo ci rechiamo al Triangolo Verde di Legoli dove sono situati gli altri due Giganti, ovvero l’installazione artistica di Naturaliter. Creati in polistirolo espanso e polistirene, rivestite in fibra di cemento, questi giganti vogliono simboleggiare la rinascita a nuova vita proprio in una discarica, anche se chiamare discarica questo sito è veramente riduttivo, dove vengono distrutti i rifiuti che quotidianamente produciamo.

Approfittiamo del fatto che siamo praticamente gli unici di prima mattina a visitare il sito, per scendere ad ammirare i Giganti da vicino e scattare simpatiche foto.

Risaliti al moderno centro di accoglienza, siamo ammirati nel leggere tutto il ciclo di recupero dei rifiuti che si effettua in questa discarica. In lontananza ammiriamo anche i disegni di Staino ed i colori di Tremlett che abbelliscono i muri di contenimento ed i silos dell’impianto di trattamento biologico.
Questi due borghi e l’incredibile “discarica” di Legoli sono stati una piacevolissima scoperta, andando ben oltre ogni aspettativa. Ero venuto per i Giganti e mi sono ritrovato immerso in mondo sapientemente mixato tra arte antica e moderna, dove i veri giganti sono gli artisti creatori e gli amministratori locali che, visionari e lungimiranti, hanno creduto in tutto questo.
Sono passati 10 anni da quando, in un freddo solstizio d’inverno, ho portato a casa il GS 1200.
10 anni a spasso sui Passi, in giro per l’Europa, per mari e per monti…
10 anni e 115 mila km insieme a lei ed al fedele Pingu che mi accompagna da ancora molto più tempo.
L’indimenticabile viaggio in Scozia, a schivare pecorelle smarrite inseguiti dal mostro di Lochness, tra leggendari castelli e paesaggi mozzafiato…



Tramonti infuocati…

Il ritorno in Bretagna e Normandia dopo quasi 20 anni dal primo mitico viaggio in moto…

Alla prima Big Bench !

A zonzo sulle Alpi…
Con la neve…

Per acque e per terre…
Dagli Appennini…

alle Ande ?! No…
Ma comunque andare… Perché fermo non so stare…








