Diario semironico e politically incorrect scritto da Laura con qualche mia incursione…
08 giugno
E’ ora di ridiscendere un po’, il tempo di permanenza sull’isola si assottiglia. Non ripercorriamo la strada dell’andata, sono salva dal dover ripercorrere il tunnel! Ripartiamo da Patatrac risalendo verso nord per esplorare un altro fiordo. Il cielo è plumbeo e dona una certà gravità agli scenari maestosi che ci troviamo davanti.

Nei tratti in riva al mare, avi e fauna, sono gli unici esseri viventi che incontriamo…



Ricominciamo a salire per scollinare il fiordo. Sulla cima, un monumento realizzato dagli operai che negli anni ’50 hanno costruito questa strada, lo Steinwatcher.

Proseguiamo in direzione sud, ripercorrendo per un certo tratto la strada dell’andata fino a Budardalur, dove lasciamo la costa e gli amati fiordi per immergerci nelle valli interne.
Prima tappa, Terme di Krauma e l’annesso giardino botanico. Non è difficile individuare la location, da lontano si vede una nuvola di vapore. L’intenzione non è di entrare per un bagno bollente. Da fuori vediamo la solita vasca circolare strapiena di turisti attempati che se la godono. Ma la cosa più interessante è un piccolo canale attiguo dove scorre l’acqua termale. Il cartello giallo è intimidatorio, attenzione, acqua a 100 gradi. Il vapore infernale che sprigiona sicuramente non invoglia a saggiare la temperatura dell’acqua, ma non si sa mai.
Il giardino botanico è visitabile solo se si consuma qualcosa al baretto. Sono le due del pomeriggio e abbiamo appena pranzato, quindi passiamo. Mi riservo di visitarlo la prossima volta.
Ripartiamo alla volta delle vicine cascate di Barnafoss e di Hraunfossar. La vallata è spettacolare e sullo sfondo si staglia la sagoma del Langjokull.

Parcheggiamo, gratuitamente. Le cascate sono raggiungibili tramite sentieri perfetti. La seconda vince come bellezza e maestosità. Non altissima ma estesa in larghezza; la caratteristica è che esce dal sottosuolo, dalla nera terra lavica. Merita.
La serata incalza e decidiamo di fermarci in un hotel aperto da poco. Stafholt. Il proprietario è un simil Biden in tutto e per tutto. In camera c’è un odore strano, colpa sicuramente della colla e della vernice dei mobili nuovi di zecca. Ma è pulitissimo e un paio di cioccolatini sono lì che ci aspettano sui cuscini. Odore presto dimenticato! Sul davanzale troviamo un foglio del gestore/proprietario che si scusa in anticipo per eventuali mancanze o disagi nella struttura e invita a dare suggerimenti.
Ora di cena! Il menu della serata non è molto vario, prevede una zuppa. Stop. Non abbiamo molte alternative, fuori dalla finestra non riusciamo a vedere altro che lava, ciuffi d’erba e montagne. La scelta obbligata comunque è stata buona. Musica lounge, pochi ospiti e soprattutto silenzio, impagabile!
Diario semironico e politically incorrect scritto da Laura con qualche mia incursione…
07 giugno. La sera prima siamo andati a letto un po’ scornati a causa delle previsioni meteo: “Dai forza, qualcosa faremo, ci dormiamo sopra e domattina vedrai che la risolviamo.” E così è stato!
Innanzitutto, il tè questa mattina era ben zuccherato. Carichiamo armi e bagagli e percorriamo la costa per salire ancora un po’ più a nord. Destinazione? Boh!
La giornata trascorre guardando estasiati fuori dal finestrino. Vediamo panorami che cambiano ad ogni curva. Salendo e scendendo dai fiordi il paesaggio cambia continuamente.
Durante una pausa puntiamo il dito sul paesino di Patreksfjörður ( che da qui in poi per noi sarà semplicemente “Patatrac!”). Prenotiamo la camera con Booking ma prima di arrivarci ci facciamo distrarre dall’ultimo incrocio che porta a sinistra alla scogliera di Látrabjarg. Sulla cartina sembra vicina ma la strada è sterrata e non proprio pianeggiante. Un’oretta… Durante il percorso incontriamo il relitto della nave Garðar BA 64. Fu la più antica nave d’acciaio islandese costruita nel 1912 da un cantiere navale norvegese e utilizzata per la caccia alle balene.

Non ci perdiamo troppo tempo, il pomeriggio incombe. Qualche foto di rito e si riparte. Parcheggiata l’auto, stavolta gratuitamente, risaliamo la scogliera ed eccoli lì !!! Due puffins a portata di scatto! Assolutamente disinteressati all’umana specie che li indicava silenziosamente prima di immortalarli. Non ci pareva vero che non volassero via. Dai sono finti! Sono due gadget di plastica messi lì per i turisti! Ci perdiamo una decina di minuti per fare foto su foto uguali, temendo che volino via da un momento all’altro, ma non succede!
Tra il casino del vento e dei gabbiani passeggiamo ancora su e giù per il prato, a due metri dal dirupo. Eccone ancora uno che si liscia le penne, si fa la toletta e poi vola via dopo una veloce popò. Max, emozionato perché come sempre viene travolto dalla bellezza del paesaggio e dei suoi “abitanti”, starebbe ore ad immortalarli… Ma se non ti muovi, vento e freddo fiaccano ogni velleità.
Basta, siamo stra soddisfatti e contenti. Ora possiamo ritornare sui nostri passi con un bel sorriso stampato in faccia. Ma non finisce qui! Lungo la sterrata già percorsa all’andata abbiamo la fortuna di incontrare un altro fantastico animaletto di queste parti: la volpe artica !
La guest house molto carina con un receptionist spagnolo che vai a capire come sia finito lì quasi in cima al mondo. Ci parla in un italiano smozzicato ma comprensibile, adora l’Italia (pure lui!). Ci manda a cenare in un altro ristorantino dove mi scaldo con una sostanziosa zuppa di pesce.

Concludiamo con la specialità della casa: l’Espresso Martini. Molto Martini e ben poco espresso, un aiuto per addormentarsi, come se ci volesse!
Diario semironico e politically incorrect scritto da Laura con qualche mia incursione…
06 giugno. Ma…mannaggia, tutte le strutture offrono tè gratis, i biscotti ce li siamo portati da casa, quindi la colazione è salva. Ma lo zucchero? Già il limone latita. Max beve amaro, è abituato con il caffè. Io casualmente avevo preso una bustina in un bar con il solito commento “non si sa mai”. Quindi salvata in extremis! Però No panic, nei bar visitati successivamente ho imposto a Max di “trattenere” la bustina che non usa ed ho provveduto alla scorta…
Ma questi stranieri che preparano uova, pancetta e salsicce di primo mattino… noi gli unici italiani con i biscottini all’aroma di soffritto. E non è proprio salutare aprire la finestra per arieggiare!
Per non perdere l’abitudine partiamo subito con una cascatella: Svöðufoss. Minore rispetto alle altre ma sempre ammaliante. Siamo solo noi due.
Foto di rito e via verso il Saxhóll Crater. Un vulcanetto ormai spento, nero con sfumature rosse. E’ stata costruita una lunga scala di metallo poco ripida che lo abbraccia per circa un quarto. Sulla sommità un bel vento, forte a tal punto che se lanci in aria sassi di lava, se li porta via! Purtroppo, la cima per la Volcano Goddess (iooo!) è una delusione. Mi spiego, mi aspettavo un cratere scuro e profondo, invece ho trovato un bel praticello. Ma vale sempre la pena salire e girarci intorno. Immancabile la meridiana installata nel punto di miglior panorama, con punti cardinali e nomi delle città che trovi “là in fondo”, oltre l’orizzonte.
Dai monti ai mari, ci areniamo sulla spiaggia nera Djúpalónssandur. Vaghiamo a zig-zag senza meta e con il dito pronto allo scatto. Quasi nascosto un laghetto con tanto di cigno e sparsi in giro i resti arrugginiti del relitto della nave Háabet. La nave che trasportava carbone è affondata nel 1948 a causa di una tempesta.


Ho resistito a un souvenir arrugginito, per farne cosa poi, in ogni caso evitiamoci il tetano. Un punto della spiaggia si è prestata per un omaggio al finale de “Il pianeta delle scimmie”.

Ultima meta della giornata il faro di Malarrif. Avendo visitato i colorati fari francesi, questo è un po’ banalotto, ma la passeggiata sugli scogli è sempre piacevole. Proseguiamo verso due spuntoni, la famosa coppia di picchi rocciosi Lóndrangar. Siamo immersi in un paesaggio tipico da “Signore degli anelli” o “Trono di spade”. Speriamo in qualche benevolo puffin, ma neanche questa volta veniamo accontentati.
Comincia a fare brutto, rientriamo nella guest house “senza bicchiere in bagno”. Stasera la pioggia si fa insistente e il vento le fa compagnia. Finiamo in una specie di pub per una cena un po’ troppo fritta. Niente a che vedere con quello della sera prima. Il morale non è altissimo. Al nord nevica, al sud abbiamo completato il programma e c’è poco e niente da visitare. Si instilla in noi anche il malevolo pensiero di rientrare prima. Però primo, perderemmo un sacco di soldi, secondo: non esiste proprio…
Vedere Max così sconfortato mi ha prima intristito, ma poi dato energia. “Dai forza, qualcosa faremo, ci dormiamo sopra e domattina vedrai che la risolviamo.”
Diario semironico e politically incorrect scritto da Laura con qualche mia incursione…
05 giugno. La meta di oggi è genericamente “andare al nord”. La strada prevede il tunnel di Hvalfjörður. Inaugurato l’11.07.98, attraversa il fiordo di Hvalfjörður non lontano da Reykjavík. Ha una lunghezza di 5.770 m e raggiunge una profondità di 165 m sotto il livello del mare. Primo tunnel a pagamento, dal 28.09.18 il passaggio è diventato gratuito. Un’esperienza fantastica per una come me: illuminato fiocamente ha pure una scarsa visibilità per i gas di scarico. Ho trascorso momenti migliori!
Proseguiamo verso la penisola di Snaefellness e finalmente arriviamo alla prima visita. Iniziamo con Ytri Tunga, la spiaggia delle foche. C’è un po’ di gente ma le foche se ne stanno in panciolle sugli scogli a debita distanza, indifferenti a noi e alla miriade di scatti.
La prossima tappa è mistica, la chiesa nera Búðakirkja. Simile se non uguale alle altre chiesette incontrate sul percorso, ma questo non colore la rende affascinante. Immancabile il suo annesso cimiterino.
Scendiamo alla spiaggia, nera anche lei ovviamente. Eh… Il pendant dove lo mettiamo, no!? Qualche foto sugli scogli che documentano il passaggio…
Ultima visita al paesino di Arnarstapi. Quattro case con la passeggiata sulla scogliera. Prima cosa che incontri è la statua di pietra dedicata a Bárður, una divinità del monte Snaefellsáss, per metà umano e per metà troll. Secondo la leggenda, divenne uno spirito quando scomparve nel ghiacciaio Snæfellsjökull.

E poi eccolo, l’arco roccioso Gatklettur che è tutto un programma da quanto è bello. Qualche visionaria ci vede un ippopotamo!

Proseguendo la passeggiata sul prato si incontrano scogli, scoglini, scoglietti e scogliere piene di gabbiani particolarmente ciarlieri.

Arriviamo finalmente nella guesthouse a Grundafjordur. Anticipata la prenotazione per i motivi di cui sopra, era già una meta per una notte che ora diventano due. È la più “bruttina” e spartana. No colazione, no bicchiere per gli spazzolini in bagno, scarpe da abbandonare con tutte le altre nell’atrio non riscaldato, cucina in comune con pulizia non eccelsa. Ma va bene lo stesso. Non mi faccio problemi. Ora di cena, ci concediamo forse il ristorante più bello della vacanza. Finestra sulla baia dominata dal mitico Kirkjufell e pesce ottimo!


Abbiamo ancora energie per vagare sulla spiaggia piena di alghe, di raggiungere la fine di un molo in cemento lunghissimo, stretto e scivoloso per le nostre foto di rito.
Ci posizioniamo, in cima a una cascatella per le foto al tramonto che tramonto non è. Il sole cala dietro il Kirkjufell ma per poco, tornerà su a breve non temete. Però sono le undici e mezza. Consideriamolo il sole di mezzanotte.



Diario semironico e politically incorrect scritto da Laura con qualche mia incursione…
04 giugno. Il meteo non scherza. Arancione dalla parte del nostro percorso. Vento, neve e strade chiuse.
O stiamo dove siamo e la stanza per un altro giorno è assicurata, oppure torniamo sui nostri passi.
Durante la colazione vediamo auto avventurarsi sulla strada. Ok, cancelliamo quanto programmato per la notte successiva e reinventiamo la vacanza. Consci che l’Islanda offre tanta natura, ma solo quella e pure un po’ arrabbiata, e le distanze non sono brevi… Questa la consideriamo la giornata persa.
Riorganizziamo gli hotel, annulliamo, spostiamo, studiamo la cartina e la guida. Non mi dilungo nei dubbi e nell’ipotesi. Tiriamo verso ovest con l’intenzione di salire poi verso nord, fin dove l’allerta lo consente.
In un clima spettrale, con raffiche di vento violentissime che trattano la nostra Duster come fosse una Smart qualsiasi, percorriamo quasi 400 km per approdare a Selfoss.
L’albergo è dotato di Spa. Fuori tira un vento impossibile. Facciamo uno più uno e indossiamo i costumi. Un paio d’ore di relax con il rumore insistente dell’instancabile vento. L’albergo offre anche una cena ma preferiamo avventurarci in un vecchio edificio che ospita tanti mini-ristorantini. Oggi una bella calda zuppa al fungo ci sta! Al rientro tiriamo dritti in albergo, veloci veloci e aiutati da Eolo. Non è serata per fare la passeggiata post cena.







